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Torna il tormentone di capire cosa davvero muova i Cinque Stelle nell’attuale contingenza. La loro kermesse di Napoli ripropone una classica rappresentazione: Grillo che gioca spregiudicatamente a fare la Sibilla (cumana in questo caso), perché lancia messaggi tutti da decifrare; Casaleggio che fa il cardinale Richelieu che tira le fila della politica nell’ombra; Di Maio che fa il capo, ma quello che non manca di dire ai suoi inquieti “vi ho capito” giusto per andare avanti come prima. Ottiene il risultato di tenere la politica appesa a quella rappresentazione, ma non risolve un solo problema.

Certo ci sono quelli immediati rappresentati dal sommarsi di una manovrina finanziaria senz’anima (ma è così che va bene a tutti) e di bandierine piantate e da piantare (taglio dei parlamentari e cancellazione della prescrizione dopo il primo grado). Ci sono però anche quelli di prospettiva, di cui ci si occupa abbastanza poco: parliamo della necessità di stabilizzare il quadro politico.

Temiamo sfugga che quello è il cuore della questione italiana: finché il quadro politico rimane un enigma che può prendere di volta in volta le forme più strane, finché non si ristabilisce una filiera che porti all’individuazione di una classe politica all’altezza delle sfide del tempo (ed non semplicemente di quelle delle arene dei talk show), è difficile che il paese possa “ripartire” in termini sia economici che sociali. Purtroppo, piaccia o meno, la stabilizzazione passa per una gestione responsabile dei meccanismi della democrazia rappresentativa, a partire da quelli elettorali.
Cominciamo a dire che in tempi di crisi e di sommovimenti non c’è cosa peggiore dello stillicidio di scadenze elettorali a cui siamo sottoposti.

Votiamo in continuazione e ogni volta si sostiene che siamo d fronte ad un test. Da qui alla fine della prossima primavera avremo sette elezioni regionali in date diverse. Nessun problema se ciascuna riguardasse i problemi di una regione, ma sfortunatamente invece ciascuna viene vissuta come un test per saggiare la tenuta della politica nazionale. Così per sapere quanto strutturale sarà o non sarà l’alleanza PD-M5S bisogna aspettare l’Umbria, poi l’Emilia Romagna e la Calabria, poi le altre regioni.

Ad ogni risultato fioccheranno le interpretazioni, i giochi di schieramento e via dicendo, nel tentativo di capire verso dove stiamo andando in termini di equilibri politici se non di egemonie ideologiche (prendendo questo termine con beneficio d’inventario).

Si dirà: ma è sempre stato così. Non proprio, perché un conto è capire come oscillano i consensi fra componenti stabilizzate di un sistema, che magari possono alternarsi al potere, ma che condividono una impostazione generale della politica per il paese. Altro conto è muoversi in un contesto assai mobile, con il confuso emergere di nuove forze politiche e con la contrapposizione di molte interpretazioni radicalmente utopiche sul nostro futuro (e la questione se ciascuna di queste possa essere definita di destra o di sinistra davvero diventa secondaria, tanto sempre di fughe dalla realtà in sostanza si tratta).

Lo stillicidio elettorale in queste condizioni è deleterio, tanto più che si vota con una pluralità di sistemi che rende complicato interpretarne i risultati in senso generale. Sappiamo benissimo che unificare le occasioni di chiamata alle urne è tutt’altro che semplice dal punto di vista legislativo: si pensi anche solo al fatto che per uniformare bisognerebbe in prima battuta allungare alcune legislature regionali e comunali nonché accorciarne altre, cosa che susciterebbe immaginabili resistenze. Tuttavia sarebbe importante pensarci.

Teniamo conto che tutto continua ad avvenire in un clima esasperato di scontro fra angeli e demoni. Esasperato in verità per coloro che sono parte del circuito politico, dai membri dei partiti a vario livello, ai commentatori professionali, a coloro che in un modo o nell’altro dipendono dalla politica, perché la gente diciamo così normale ha già metabolizzato di vivere in un’epoca di scontri e se ne tiene ai margini (fino all’astensionismo diffuso). Non di meno questa contingenza pesa eccome sullo spirito pubblico che sembra poco stimolato a investire sul futuro: e quando questo accade le società declinano.

Ebbene in un contesto del genere cosa fa la nostra politica? Si balocca con proposte che sono buone solo ad incrementare gli elementi di surriscaldamento dell’opinione pubblica ritardando qualsiasi stabilizzazione. Senza infilarci ora nei dibattiti sulla riforma del sistema elettorale a livello nazionale, che temiamo vedano la stabilizzazione più che altro come quella dell’attuale confusione politica, segnaliamo solo due aspetti. Il primo è la spinta a dare il voto ai sedicenni, inserendo una ulteriore componente di emotività irriflessa nel circuito: e lo diciamo con la massima considerazione positiva dell’emotività (tutti ci ricordiamo di essere stati sedicenni), ma con la consapevolezza che questa va tutelata tenendola fuori e al di sopra dalle strumentalizzazioni della politica politicante.

Il secondo aspetto riguarda l’eterno ritorno della suggestione per l’elezione a suffragio popolare diretto del Presidente della Repubblica. Questa volta la proposta torna ad essere ripresa dalla destra, ma il problema è sempre quello: si può immaginare che un presidente frutto di uno scontro elettorale al calor bianco, con gli immaginabili eccessi populistico-demagogici ormai scontati, possa lasciarsi poi dietro un paese che accetta il risultato quale che sia e un presidente che possa esercitare quel ruolo di arbitro e usare quelle risorse di moral suasion che sono state così importanti negli ultimi decenni?
Potremmo cavarcela avvertendo i lettori che l’introduzione del presidenzialismo (completo o “semi” che sia) è così complicata dal punto di vista tecnico (a cominciare dal fatto che richiede una riforma costituzionale) che è praticamente sicuro che non se ne farà nulla. Tuttavia il solo riproporla è un altro segnale preoccupante di una politica che temiamo abbia davvero perso la bussola.

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