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Berlusconi consegna il centrodestra a Salvini: questo è il significato profondo di quel che è successo nel raduno di Roma. Dipende dalla constatazione che ormai il paese è tornato ad essere spaccato in due come una mela, cioè sostanzialmente lo stesso schema che aveva portato vent’anni fa Berlusconi al potere, solo che oggi, come ha riconosciuto il leader di Forza Italia, è la Lega che ha il 30% dei consensi? Solo apparentemente, perché in realtà è davvero un altro mondo.

IL CAVALIERE RAMPANTE

L’allora rampante Cavaliere riuniva attorno a sé una metà del paese che temeva l’avvento dei “comunisti”, cioè la fine di quel tipo di quasi anarchia quanto a capacità di intervento della politica che aveva caratterizzato il tramonto della prima repubblica, perché si doveva cedere il campo ai programmatori dell’intervento statale, cioè a coloro che appunto nell’immaginario popolare erano i comunisti. Lo faceva però mescolando con grande abilità comunicativa il messaggio della tutela diciamo così della libertà di arrangiarsi con quello di una certa garanzia che ciò non sarebbe andato a scapito di nessuno. Berlusconi era figlio dell’ottimismo della grande espansione economica che aveva garantito il welfare a tutti e in Italia (perché altrove non era stato così) una grande tolleranza per l’arte di navigare ai margini di un’economia moderna. Se possiamo dirlo con una immagine scherzosa, il Cavaliere strizzava un occhio ai desideri di pancia del paese promettendo “meno tasse per tutti”, ma contemporaneamente strizzava l’altro ai ceti dirigenti per ricordare che lui era un imprenditore e sapeva distinguere fra il populismo da comizio e l’azione di governo che deve fare i conti con la realtà (che poi l’abbia saputo effettivamente fare è un altro paio di maniche).

Oggi siamo di fronte ad un populismo di marca assolutamente diversa. Innanzitutto è tramontata l’illusione che siamo ancora in una specie di età dell’oro in cui si potevano mantenere tutti i privilegi conquistati, tanto quelli legali quanto quelli ottenuti nelle pieghe del sistema fino all’illegalità tollerabile. Oggi la percezione che la torta da spartire non sia più sufficiente per tutti è divenuta dominante.

SPACCATURA DEL PAESE

Così questo populismo punta alla spaccatura del paese: parla di popolo, ma non lo identifica con la popolazione residente sul territorio, perché pensa di non avere risorse per tutti. Il Berlusconi della prima repubblica, con tutti i suoi limiti, non incentrava la sua propaganda sulla creazione di una divisione fra la popolazione. Si sarà notato invece che la manifestazione di ieri del centrodestra è stata tutta dominata dal “prima gli italiani”, dal rinvio al presunto pericolo mortale dell’immigrazione, alla contrapposizione con l’Islam. Apparentemente è un modo per distinguere fra noi e gli altri, ma in realtà è anche un modo per decidere che chi non si schiera a favore di questa divisione è un traditore e deve venire espulso dal popolo.

ESTREMA DESTRA

C’è stato un passaggio notevole fra il populismo delle tradizioni politiche conservatrici che connotava il berlusconismo e quello di ieri tipico dell’estrema destra a cui si sono lasciati andare Meloni e Salvini. Prendete per esempio la questione del rapporto con quel tabù che nella nostra politica è il fascismo. Berlusconi ha lavorato per sdoganare il post-fascismo, nella convinzione, non infondata, che si stessero ormai abbandonando le vecchie fedeltà ideologiche. Salvini e Meloni sono disposti a fare aperture al neo-fascismo. Cioè a movimenti che sono nostalgici di un passato e che vorrebbero riportarlo in vita, per quanto strumentalmente dicano che ciò avverrà in forme nuove.

LE STAGIONI E LE PAURE

Certo fra le due stagioni c’è un tratto unificante ed è l’utilizzo delle paure che percorrono un paese in una fase di transizione storica. Berlusconi, come s’è già detto, si fermava alla paura di perdere i benefici di una età del grande benessere ed evocava come pericolo l’avvento di quel modello di società senza benessere che nella memoria collettiva era il mondo sovietico. Salvini sfrutta invece a fondo la paura di fronte ad un mondo che è percettibilmente cambiato nei suoi connotati, sino al punto da riesumare strumentalmente caratteristiche disperse dalla secolarizzazione (che ha coinvolto tutti) come il rosario, per arrivare fino, con l’intervento della Maglie, alla ricetta tradizionale dei tortellini.

Come tutti i conservatori estremisti, gli organizzatori del raduno di ieri pensano che la loro narrazione sia l’arma vincente per essere portati al potere dalle paure profonde che percorrono un paese in evidente crisi di identità di fronte alle trasformazioni che ci ha portato quest’epoca. Si avvantaggiano per la debolezza degli avversari che riescono a proporre come soluzione dei problemi che abbiamo di fronte solo un misto di fughe nell’utopia e di rassegnata navigazione nelle mediocrità del presente. Se funzionasse l’estremismo, porterebbe però il paese al disastro, perché non c’è futuro nella mitologizzazione abborracciata del passato.

Berlusconi, che è stato un uomo beneficato dall’avere fino ad un certo punto capito le evoluzioni della mentalità e della cultura diffusa di questo paese (perché questo hanno fatto le sue TV), oggi si mette al seguito di un populismo che le evoluzioni del presente al massimo le scomunica e crede così di esorcizzarle. Davvero un triste viale del tramonto.

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