Matteo Salvini e Matteo Renzi con Bruno Vespa nel duello televisivo a Porta a Porta

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Il quadro politico si è chiarito, o almeno va chiarendosi dopo le parate di piazza San Giovanni e della Leopolda, condite dalle sortite nati-Conte del ministro Di Maio? In parte sì, ma anche no, perché tutti attendono i risultati delle elezioni in Umbria domenica. Certo qualche linea di tendenza si vede.
Il problema che domina sempre più la competizione fra le forze politiche è la conquista definitiva dei propri spazi.

Non ci sono al momento vere logiche di coalizione. Meloni ha giustamente notato che Salvini si muove più da leader della sua Lega che di un ipotetico campo unito della destra (e Berlusconi per ora si è arreso alla prospettiva). Nella coalizione di governo va anche peggio. I Cinque Stelle, o almeno i loro vertici si muovono per affermare il loro primato, Renzi alla Leopolda ha fatto di tutto per sottolineare che l’unico ad aver fatto qualcosa di buono nel passato è stato lui e non, a suo dire, col sostegno del suo vecchio partito. Il PD parla sottotono, salvo qualche impennata d’orgoglio (Franceschini, Orlando) per rimarcare che così non si va avanti.

Qual è la materia chiave del contendere?

Definire chi e su cosa esercita la famosa “egemonia” di gramsciana memoria, che è qualcosa di diverso dalla maggioranza dei consensi, anche se poi quella aiuterebbe non poco. Sotto questo profilo gli eventi degli ultimi giorni aiutano a capire dove puntino i vari attori in campo. Tutti hanno lo stesso problema: individuare quale sezione dell’elettorato può rappresentare il “cuore” che dà il tono a quello che una volta si sarebbe chiamato lo spirito pubblico. Chi conquista quel cuore ha la ragionevole aspettativa di essere il dominus della politica del futuro.

Tradizionalmente i più pensavano che questo cuore fosse al “centro” degli schieramenti, in quel territorio che si definiva “moderato”: destra e sinistra dovevano sfondare in quella direzione per vincere, accettando appunto di moderarsi. Oppure si poteva supporre che qualcuno organizzasse in proprio quell’area per imporla come determinante costringendo a patti tanto la destra quanto la sinistra.

Molti pensano sia ancora così, ma sbagliano, perché viviamo un presente troppo incerto su quali saranno le linee di evoluzione del suo futuro, che pochi suppongono roseo, perché la gente si accontenti di soluzioni che pescano un po’ di qua e un po’ di là. Apparentemente si richiedono le famose “soluzioni coraggiose” che a parole invocano tutti.

Ed ecco il radicalismo delle proposte che sono piovute da Salvini, come da Renzi, in discorsi torrentizi in cui si è fatto a gara a mostrare quanto vasto fosse il panorama che ciascuno aveva presente. Le retoriche erano radicalmente diverse, non per caso contrapposte, ma unite nel promettere ciascuno di avere le ricette coraggiose e in controtendenza per superare i paurosi scogli che venivano evocati.

Tuttavia, gratta,gratta, alla fine entrambi univano la promessa di prendere per le corna tutti i possibili tori che scorazzano nell’area del nostro futuro con l’impegno a non far toccare tutti i possibili vantaggi che lunghi decenni di prosperità hanno portato in dono alle nostre popolazioni. La battaglia sulle tasse che entrambi rivendicano è esattamente emblematica di questa contraddizione, così come lo spostare la sostenibilità dell’operazione su obiettivi che sono neutri rispetto alle paure della gente a cui si rivolgono: vuoi il taglio delle spese per i migranti, arrivati o in arrivo, vuoi il taglio delle spese della pubblica amministrazione. O roba simile.

Naturalmente su quel terreno accorrono anche le forze a cui i due Matteo si contrappongono. I Cinque Stelle si riscoprono numi tutelari di commercianti e artigiani e spostano la repressione contro l’evasione a quella di fantomatici “grandi evasori”. Mostrano però meno creatività dei loro due antagonisti perché il loro utopismo è così trasparente nella sua scarsa realizzabilità da aver perso mordente: l’esperienza della stagnazione ha reso il pubblico molto diffidente.

La difficile via che hanno scelto coloro che vorrebbero sottrarsi a questo in fondo sterile campo di battaglia è quella tradizionale del realismo politico. Anche qui il campo è affollato. Il PD vorrebbe diventarne la forza egemone, ma ha ancora la palla al piede delle vecchie fantasie sulla capacità della sinistra di risolvere tutto: questo lo frena, lo rende contraddittorio, soprattutto assediato com’è da un’estrema sinistra da cui non sa veramente prendere le distanze.

La palla passa dunque a due soggetti, pur assai diversi fra loro, che hanno un approccio realistico alla crisi politica, ma che al momento non aggregano alcun consenso adeguato. Il primo è il Conte bis (sul primo meglio sorvolare) che si è accreditato come un politico consapevole del difficile momento, ma che non si sa quanto possa essere in grado di far valere il suo ruolo, soprattutto se il quadro generale si corrompesse (es. vittoria delle destre alle regionali). Il secondo è Calenda che sa parlare un linguaggio della competenza e del realismo molto apprezzabile, ma che avendo deciso, piuttosto avventatamente, di agire in proprio non sa esattamente come mettere a frutto le sue doti (la creazione di un piccolo movimento d’opinione non porta lontano).

Al momento la lotta per la conquista di quello che abbiamo definito il cuore dello spirito pubblico è del tutto aperta. Ovviamente in questa lotta ci sta anche il fatto che ogni competitore cerchi di essere al tempo stesso colui che forgia in maniera adeguata quel cuore. Dubitiamo che bastino i discorsi torrentizi e l’abilità di recitarli, ma altrettanto che sia abbastanza mostrare i muscoli come fanno i Cinque Stelle, così come intestarsi il realismo di chi alla fine dà un colpo al cerchio ed uno alla botte.

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