Giuseppe Conte, visto da Flickr

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Giuseppe Conte chiude l’anno che aveva profetizzato come “bellissimo” (ma ha ammesso che era stata una battuta buttata lì senza pensarci) con una conferenza stampa di fine anno che non poteva essere di banale routine. Magari non tutti quelli che l’hanno seguita in diretta televisiva se ne saranno accorti, perché il premier non ha rinunciato al suo stile del manzoniano “sopire e troncare”, ma sotto il bon ton di una comunicazione misurata e a tratti persino evasiva, ha mostrato di essere cosciente del momento delicato che lo aspetta. Tutto si riassume in un tema: come tenere insieme una maggioranza in perenne fibrillazione , che dovrà superare tornanti impegnativi (otto elezioni regionali), ma che per continuare ad esistere e resistere deve trovare il fiato del percorso lungo. L’immagine della “maratona” di tre anni buttata lì da Conte è significativa, a parte la durata temporale che è molto ottimistica.

I 29 OBIETTIVI

Non è il caso di soffermarsi analiticamente su tutti i punti toccati dal premier nella sua relazione e poi nelle risposte alle domande di una quarantina di giornalisti: come è ovvio si è parlato di un po’ di tutto, a partire dai 29 punti che il governo si è dato come obiettivi per la sua azione. Cerchiamo di cogliere alcuni passaggi importanti che ci pare diano il quadro delle prospettive in cui si sta muovendo Conte.
La questione principale è come tenere insieme la sua maggioranza e quale ruolo avere in questa operazione. Tutto si riconnetteva alla necessità di rimuovere la mina Fioramonti, più pericolosa di quanto non si immagini di primo acchito. Da un lato c’era la necessità di chiarire definitivamente che al premier non interessa alcuna operazione che punti a dividere i Cinque Stelle staccando da essi un presunto “partito contiano”. Quando ha affermato che operazioni del genere non farebbero che destabilizzare la situazione ed ha inviato la stampa a non ricamarci sopra era più che credibile. Altra questione sarebbe l’implodere di M5S a seguito di una serie di pesanti ridimensionamenti nelle elezioni regionali, ma su questo punto Conte preferisce attendere e vedere: non ha negato che da quegli eventi verranno “fibrillazioni”, ma ha preferito attenersi alla tesi che la loro ricaduta sulla tenuta del governo non sarà automatica. Dipenderà, aggiungiamo noi, dalla possibilità o meno di trovare soluzioni ad una eventuale crisi dei Cinque Stelle, e non è detto che sia solo lo scioglimento della legislatura.

PICCOLO CAPOLAVORO

Dal lato opposto c’era la necessità di mostrare che il premier era in grado di risolvere il pasticcio innescato dalle dimissioni di Fioramonti gestendolo in prima persona, evitando che se ne impossessassero i partiti, e mettendo in campo una soluzione che potesse essere apprezzata. Qui bisogna riconoscere che Conte ha fatto un piccolo capolavoro. Tutto parte dalla scelta di tornare finalmente a distinguere il Ministero della Pubblica Istruzione da quello dell’Università. La loro unificazione era stata fatta in base alla teoria astratta sull’opportunità di ridurre il numero dei ministeri, ma metteva insieme le pere con le mele. Tornando alla divisione li ha in un certo senso riconsegnati, il primo alla questione degli insegnanti (speriamo evitando di dare altro spazio al loro sindacalismo, non proprio un esempio di virtù), il secondo al governo degli accademici.
Questo gli ha dato anche la possibilità di giostrarsi dal punto di vista dei suoi referenti politici.

LA SCELTA DI AZZOLINA

La scuola l’ha lasciata ai Cinque Stelle, promuovendo la attuale viceministra Azzolina, una insegnante e poi dirigente scolastico (anche con un piccolo passato sindacale): un modo per dare continuità alla gestione degli apparati di viale Trastevere e per non scontentare Di Maio. Così per l’università ha potuto puntare su una personalità di prestigio, il rettore di Napoli Manfredi, presidente della Conferenza dei Rettori e dunque persona che ha presenti più i molti problemi degli Atenei che quelli delle stanze ministeriali. La scelta era delicata, anche perché c’è da promuovere e rendere operativa l’Agenzia Nazionale per la Ricerca, che si deve evitare diventi l’ennesimo inutile carrozzone dal nome altisonante e dai contenuti evanescenti.

Il rettore Manfredi ha l’opportunità di fare un gran lavoro in un campo che è chiave per il nostro sviluppo e non va sottovalutata la sua possibilità di mettersi al di sopra delle lotte intestine fra i partiti della coalizione (non daremmo gran peso al fatto che abbia un fratello parlamentare del PD). Naturalmente vedremo se alla prova dei fatti saprà gestire gli spazi che potrebbe avere, che non dipendono solo dai soldi. L’intreccio di lobbismi nel mondo accademico, le connessioni di questo col localismo politico, le molte incrostazioni lasciate da politiche poco intelligenti del passato mettono sulla sua schiena un fardello non lieve.

CAPACITÀ DI DIREZIONE

Conte deve però mostrare che la capacità di direzione e di manovra che ha usato in questa circostanza l’ha a disposizione anche per gestire altri capitoli difficili con cui deve misurarsi. Ha ragione a dire che a gennaio vuole obbligare tutti a fermarsi un attimo e a riflettere, ma sa bene che su questo ha più disponibilità di facciata che volontà reali da parte di alcuni almeno dei suoi partner. Benissimo basarsi sul confronto, ma se sarà un confronto fra sordi che guardano più a preparare i loro successi elettorali che a risolvere i problemi non gli servirà a molto. Su questo Conte ha sfoderato ottimismo, ha detto che ormai esiste un clima di collaborazione, ma non è che sia stato molto convincente.
In definitiva il suo appello a tutti a “fare sistema” era più che giusto e condivisibile, ma l’obiettivo non si potrà centrare semplicemente smontando i contrasti rinviandoli a sintesi superiori che non si capisce dove saranno trovate (come nonostante tutto è parso fare tanto per la questione della prescrizione, quanto per la vicenda autostrade, per l’ex Ilva, e per altre). Insomma al “sopire e troncare” affianchi il “decidere” e presto: quando l’ha fatto come nel caso Fioramonti ha trovato il consenso.

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