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Il problema non è se cade o meno il governo, ma se il governo che è tenuto in carica dalla sessione di bilancio riesce a fare il suo lavoro. Anzi se riuscirà a fare quel lavoro di cui c’è grande bisogno in questo momento di crisi: dare un messaggio di stabilizzazione al paese in modo che possano riprendere gli investimenti e che concorra in maniera decisa alla loro attivazione.

L’impresa è quasi titanica, con le continue fibrillazioni elettorali e con i giochetti interni a tutti i partiti della coalizione. Grillo blinda il traballante Di Maio e si capisce la logica della manovra: è una specie di “Di Maio stai sereno” alla Renzi, perché in questo momento una solida alternativa al capo politico e ministro degli esteri non c’è e non ci si può permettere uno sbandamento totale del maggior partito parlamentare: poi si vedrà. Che però questo sia sufficiente a risollevare le sorti del governo è tutto da dimostrare.

Anche se non lo si vuole ammettere il problema non è rafforzare Di Maio, ma consentire a Conte di guidare con mano ferma la politica governativa e dargli l’autorevolezza necessaria per farlo. Non si può raggiungere quell’obiettivo senza disarmare la politica delle bandierine a cui soggiacciono tanto i Cinque Stelle quanto Renzi, che di conseguenza si tirano dietro il PD il quale non può fare la parte del semplice spettatore passivo.

Sarebbe necessario trovare rapidamente un consenso sulla legge di bilancio, lanciando così davvero un segnale di ritrovata coesione e lasciar perdere le polemiche strampalate sul MES: se si è convinti che su quel terreno ci siano interventi migliorativi da fare, li si facciano usando canali negoziali appropriati e pareri autorevoli, e si evitino le gazzarre populiste che gettano solo discredito sul nostro sistema di governo.

Urgerebbe invece un serio piano di interventi per ridare fiato ad una economia che continua ad essere in stagnazione e per fronteggiare crisi drammatiche come quelle dell’Ilva e dell’Alitalia. Anche qui si dovrebbe agire senza inutili tabù sull’intervento pubblico, ma anche ben sapendo che troppo spesso si è preso per intervento pubblico nell’economia una semplice distribuzione di sussidi e di mance a fondo perduto. Se c’è da intervenire per mancanza di alternative rispettose del dovere di tutela della sfera sociale, lo Stato metta in campo imprenditori e non gestori di incerti banchi dei pegni dove si lavora da opere di pseudo-carità.

Le scadenze elettorali quasi a raffica spingono i partiti di governo a lavorare ciascuno per sé stesso e i partiti di opposizione a ragionare solo in termini di spallata agli equilibri ormai in crisi. Di altro ha bisogno il paese, che non può semplicemente aspettare che le forze politiche passino la nottata di questo inizio d’inverno, in attesa di una primavera in cui si tireranno non si sa quali somme. E’ adesso che i partiti devono mostrare di saper chiudere le partite bollenti: da quella sulla riforma elettorale che va impostata come operazione trasversale a tutto l’arco parlamentare, a quella sulla riforma della giustizia che non può essere lasciata ostaggio del bisogno grillino di piantare la bandierina che compiaccia i suoi amici giustizialisti.

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