Matteo Renzi

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La legge di bilancio passa anche alla Camera e nessuno si aspettava sorprese: c’era il voto di fiducia sul testo passato al Senato, inevitabile per non andare all’esercizio provvisorio. Le proteste dell’opposizione fanno parte del rituale e l’unica cosa che potevano risparmiarci era Matteo Salvini che tirava per la giacca Sergio Mattarella accusato di non difendere le prerogative del parlamento: un rilievo senza fondamento né costituzionale né politico.

POCO DA FESTEGGIARE

Il governo però ha ben poco da festeggiare: la legge di bilancio tappa qualche buco, evita qualche guaio (l’aumento dell’Iva), ma è subito oscurata da una cascata di problemi che mettono a nudo la fragilità dell’attuale coalizione. Quella verifica, che tale non si vuole chiamare, la quale era annunciata da farsi con calma a gennaio, necessita di una accelerazione, perché a continuare con questo andazzo il governo si indebolisce giorno dopo giorno.

Peraltro la situazione va in un certo senso chiarendosi. Il problema fondamentale è ancora una volta il dilettantismo dei Cinque Stelle con la loro incapacità di mettere tra parentesi gli slogan su cui hanno fondato la loro identità: li ripropongono in continuazione e questo apre un’autostrada a Matteo Renzi per fare la parte del responsabile e competente che denuncia queste debolezze. Il PD, sempre meno di malavoglia va detto, è obbligato a schierarsi e alla fine deve darsi ai giochi di equilibrismo per stoppare le trovate pentastellate senza apparire come quello che arriva secondo nel dar ragione a Renzi.

È evidente che il vecchio schema del concludere ogni consiglio dei ministri con approvazioni “salvo intese” sta ormai diventando una barzelletta, perché delle due l’una: o significa che il premier non è capace di imporre una sintesi, o vuol dire che i provvedimenti arrivano sul tavolo mal preparati e peggio istruiti. O forse sono vere entrambe le cose.

MILLE PROROGHE

La vicenda della norma inserita nel mille proroghe sulle concessioni autostradali è emblematica. Prima di tutto non si vede che urgenza ci fosse di infilarla lì, se non perché altrimenti i Cinque Stelle non potevano andare in giro a vantarsi di inserire quelle che nella loro fantasia sarebbero norme di civiltà. In secondo luogo è un provvedimento mal strutturato: presta il fianco ad un contenzioso giuridico di esito incerto, getta un ulteriore scompiglio nel sistema delle società quotate, ed infine indica come rafforzamento del potere dello stato l’ANAS, che a rigore è una società per azioni di diritto privato. Francamente non si vede neppure che vantaggio possa venire da questo pastrocchio ad M5S, perché ci sembra difficile che sia un tema che può galvanizzare il loro elettorato in declino nelle prove di Emilia e Calabria. Forse galvanizzerà Toninelli, che del problema di cacciare Autostrade ed Atlantia dopo la tragedia del ponte Morandi aveva fatto un suo must, giusto perché lui adesso è con posizione importante nel gruppo dei facilitatori.

CINA E HUAWEI

Altro pasticcio senza senso il piano per il digitale con il ruolo della cinese Huawei nella promozione del 5G. Tutti sanno quanto sia problematico coinvolgere enti cinesi in questioni che possono avere a che fare con la sicurezza nazionale (anche i tedeschi stanno rivedendo i loro accordi col colosso di Pechino). Per sovraprezzo la ministra pentastellata che ha elaborato il piano generale per la digitalizzazione si è messa a ringraziare ufficialmente nel testo del progetto Davide Casaleggio: non solo un imprenditore “privato”, ma notoriamente uno dei protagonisti della strategia dei Cinque Stelle nonché manager e custode della loro piattaforma Rousseau. Ce n’è abbastanza per far stoppare l’impresa persino dal più governista dei capi PD, cioè da Franceschini.

LA PRESCRIZIONE

Poi naturalmente ci sono i nodi che giacciono sul tavolo da tempo, a partire dal problema della prescrizione, che sembra non si voglia affrontare, per finire alla controversa questione di come riformare la legge elettorale, un tema per il quale non si intravvedono accordi. E’ tutto un groviglio di problematiche che sembra esistere solo perché i due partiti “movimentisti” della coalizione, cioè M5S ed Italia Viva, possano mettere in scena i loro interventi.

ATTORI INESISTENTI

In questo quadro sfugge sempre di più il ruolo degli altri attori. Non parliamo di LeU che è ormai una specie di presenza muta, rassegnata a dover solo aspettare che il PD la riassorba. Sono il PD e Conte le due componenti enigmatiche della rappresentazione.
Il partito di Zingaretti è riuscito a raggiungere un buon livello di compattezza quantomeno apparente: sono quasi scomparsi gli interventi da prime donne dei vari personaggi che contano. Però questo accade al prezzo di non capire quale sia la linea politica che il partito persegue, quali siano le sue proposte forti, come pensi di ricompattare una maggioranza sfrangiata. Per questo obiettivo non basta agitare la minaccia delle urne dietro l’angolo se non ci si dà una calmata. Sarebbe doveroso mettere con chiarezza sul tavolo priorità e ricette su cui costringere i partner quanto meno ad un confronto a fondo.

UN MANZONIANO

Conte poi si sta sempre più inabissando nel personaggio manzoniano del “sopire e troncare, troncare e sopire”. Al di là del giudizio politico che si voglia dare su una tattica del genere, c’è da dire che al almeno momento, ben poco riesce ad espungere dal circuito polemico. E questo lo indebolisce, perché finisce per essere percepito sempre meno come l’interlocutore chiave con cui ci si deve confrontare, il che lascia il campo a Di Maio e a Renzi per avocare a sé stessi quel ruolo. Magari poi non ci riescono per varie ragioni, ma non è che il loro venir meno come punti di riferimento automaticamente rimetta al centro della scena Conte.
Aprire il nuovo anno con un vuoto di leadership non è una bella prospettiva.

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