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Il governo Conte Bis

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Pochi si sono chiesti se quel che è avvenuto al parlamento europeo metta o meno in crisi il governo: perché non siamo abituati ad attribuire un grande significato a quel che accade in quella sede (di cui il Consiglio d’Europa tiene quasi nessun conto), ma anche perché il governo non può cadere. Non tanto perché, come dicono per carità di patria, sarebbe folle cambiare l’esecutivo in piena emergenza, anzi mentre si progetta la cosiddetta fase 2, ma più semplicemente perché non conviene al partito che mina la sua credibilità (M5S) e neppure agli altri partner della maggioranza.

I Cinque Stelle amano abbaiare, ma se si tratta di mordere lo fanno solo per difendere i loro vantaggi acquisiti. Figurarsi se mentre sono impegnati a portare a casa un po’ di poltrone nella grande spartizione delle cariche nelle partecipate, fanno saltare tutto rinunciando al bottino. Non è cosa da loro. Dunque si dà per scontato che alla fine si troverà il modo di offrire un escamotage per far rientrare le loro impuntature infantili sul MES, convinti che si renderanno conto che l’Italia ha bisogno di quei soldi, e se li fanno perdere si troveranno contro gran parte del paese.

Se contassero sull’ombrello di Lega e Fratelli d’Italia sarebbero ingenui, ma non lo sono. Salvini e Meloni pensano di poter sfruttare il fatto che alla fine si useranno quelle linee di credito come chiedono quasi tutti (e dunque i soldi arriveranno), ma loro potranno vantarsi di aver recitato la parte degli unici a cui stava a cuore la sovranità nazionale. Banalmente, la strategia di quelli che credono sia possibile avere la botte piena e la moglie ubriaca:

Per i Cinque Stelle è quasi impossibile cavarsela in quel modo, perché se davvero si mettono di traverso sull’uso del MES i soldi non si potranno chiedere e saranno loro responsabili del danno che ne consegue. Contano dunque che si possa trovare modo di servire un pasticcietto come si fece con la TAV, che in fondo alla fine è passata, ma oggi è sparita dai radar della contestazione (a parte un pugnetto di irriducibili che politicamente non hanno peso).

Il paradosso su cui ci si dovrebbe misurare è che il governo Conte più dimostra di non poter cadere e più si indebolisce. Non ci vuole un grande acume analitico per capire che quando ci si arrende a tenere in piedi qualcosa perché purtroppo non ci sono alternative disponibili, quel che rimane al suo posto è per così dire deprezzato, se non vogliamo dire delegittimato.

Le conseguenze si stanno già vedendo nell’incapacità del governo di tenere sotto controllo la gestione della crisi epidemica e della ripartenza dopo la prima fase acuta (perché sul suo esaurimento a breve non scommette nessuno). Ciascun centro che ha qualche responsabilità decisionale vuole esercitarla in proprio, magari schermandosi dietro un bel “comitato tecnico”, cosa che fa sempre fino. Ci sono senz’altro anche voglia di protagonismo, perdita del senso di appartenenza alla comunità nazionale e quant’altro, ma c’è soprattutto un dato: quei politici (perché di “politici” si tratta) sanno benissimo che ad un certo momento la gente chiederà a loro conto di quel che s’è fatto e/o non si è fatto. E sanno che a quel punto non potranno difendersi dicendo “seguivamo le linee guida del governo”, perché la gente sarà pronta ad imputar loro questo come una grave mancanza, visto che quel governo non era autorevole né ai loro occhi, né a quelli del mondo.

La politica si è messa in un bel vicolo cieco e la scelta di non avere neppure il coraggio di affrontare un voto parlamentare a sostegno della linea seguita dall’esecutivo spinge ancora di più verso il muro che lo chiude.

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