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Matteo Renzi e Matteo Salvini al confronto a Porta a Porta

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La notizia non è che la politica sia nervosa, perché ormai è così da troppo tempo. Piuttosto ci si chiede quando si darà una calmata. Le forze corsare sono costantemente in azione e l’una apre la strada all’altra. Il corsaro Renzi ha fatto la sua incursione al Senato dando un penultimatum a Conte, giusto per vedere l’effetto che fa. Risponde subito il bucaniere Di Battista, tanto per provare a mettere in crisi gli equilibri esistenti. Un osservatore che cercasse razionalità potrebbe chiedersi dove essa stia in entrambi gli interventi: Renzi sa che per far saltare la premiership di Conte bisognerebbe spaccare i Cinque Stelle e al momento non è cosa ipotizzabile; Di Battista si suppone sappia (si suppone, perché con quel personaggio la logica non è di casa) che spingere Renzi fuori dalla coalizione significa solo che per salvare il governo si dovrebbero imbarcare i berlusconiani, cosa che non dovrebbe risultargli gradita.

Naturalmente si potrebbe cavarsela attribuendo tutto alla fame di palcoscenico che attanaglia entrambi, ma forse le cose sono più complicate. Renzi crede di vedere in crescita la voglia di mettere da parte Conte e da buon tattico non rinuncia a provare ad intestarsi l’operazione nel caso andasse in porto. In fondo anche lo scorso agosto ha giocato una partita simile e gli è andata bene. Di Battista vede all’orizzonte prima o poi gli Stati Generali dei Cinque Stelle e sa che è la sua ultima chance per rimanere in campo in posizione di qualche rilievo. Cosa c’è di meglio che attaccare un personaggio come Renzi, molto odiato nel suo mondo di riferimento (vedere stampa e social fiancheggiatori)?

Anche se non pare, ad incoraggiare le mosse dei corsari della politica è la crisi del salvinismo che non ne imbrocca una. La sceneggiata di occupare il parlamento è stata un discreto flop, tanto da dover smontare tutto in fretta e furia: non ha sfondato né sul piano mediatico, né sul piano del confronto politico. Il fatto è che per la Lega, ma anche per FdI non è facile fare opposizione. Il governo chiede di poter spendere soldi per la ripartenza dopo la pandemia e con l’incubo della recessione che sovrasta tutti dire di no diventa impossibile.

Il governo, o almeno una parte di esso, proprio su questo punta: con gli interventi a sostegno della crisi si può comprare la fiducia del paese. C’è da osservare banalmente che può funzionare solo se si è davvero in grado di usare bene quei soldi, di distribuirli con tempestività ed efficacia, di evitare che entrino in campo le mille lobby e i mille condizionamenti che già si intravvedono al lavoro. Se Conte e la sua cabina di regia, più o meno formalizzata, non riusciranno a gestire bene la prova, diventerà per loro un boomerang micidiale.

Da questo punto di vista la situazione non è tale da scacciare i fantasmi di una crisi di governo. Intendiamoci: quando si parla di crisi di governo non si intende semplicemente la classica caduta dell’esecutivo, con dimissioni e avvio della successione. Ce ne sono altre forme, altrettanto pericolose. Un esecutivo perennemente attraversato da dissidi interni, con un premier che magari è ufficialmente sostenuto per dovere d’ufficio, ma lasciato preda di tutti i dubbi sulla sua reale capacità di tenere il timone della emergenza, non può essere considerato un governo all’altezza delle aspettative che suscita una situazione eccezionale. Può anche rimanere in carica, perché non si sa come sostituirlo e si teme il vuoto di potere che nasce dalla scarsa praticabilità di alternative, ma sarà sempre più una entità debole, non in grado di imporsi come punto di riferimento.

Del resto è quel che si continua a vedere. Il DPCM che doveva regolare la ripartenza si sta rivelando un colabrodo per quanto male è stato pensato e scritto (ma una task force competente che aiutasse il premier a fare normative col buon senso e col necessario realismo non gli servirebbe di più della pletora di presunti Soloni di cui si è circondato?). Il risultato è un muoversi in ordine sparso di regioni e comuni e una presidenza del consiglio che pensa di risolvere i nodi con il meccanismo della FAQ, cioè praticamente di note a piè di pagina per spiegare quel che non era chiaro, strumenti sulla cui validità giuridica, ma, di più, persino sulla cui autorevolezza ci sarebbe molto da discutere.

In queste condizioni si costringe il Presidente della Repubblica ad intervenire, pur con il consueto tatto, per richiamare che la chiarezza nelle norme e nei comportamenti è qualcosa che è lecito richiedere. Si tratta di una presa di posizione che, sempre nei modi molto istituzionali, manda un messaggio a chi vuole e deve capire per sottolineare che se il Quirinale per primo è consapevole della necessità in questo delicatissimo momento di “leale collaborazione” fra le istituzioni (e la presidenza della repubblica è la prima fra le istituzioni), ciò non significa che sul Colle si viva in un iperuranio da cui non si vedono le molte debolezze della politica attuale.

La situazione rimane delicata. Non c’è solo la gestione dell’intervento straordinario che si andrà a varare col decreto di maggio (definizione che non porta bene nella storia repubblicana: si ricorderà la fine di un re di maggio). Arriverà il tema del che fare di fronte alle risorse che la UE metterà in campo, argomento scivoloso di suo e ancor più per come si va orientandolo a Bruxelles.

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