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Pierfrancesco Favino in una scena di Hammamet

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Tempo di lettura 5 Minuti

IL 19 GENNAIO si è celebrato il ventennale della morte del Segretario del Partito Socialista Italiano Bettino Craxi. Morì ad Hammamet, in Tunisia, dove si rifugiò per sfuggire al carcere in seguito alle condanne definitive per corruzione e finanziamento illecito al PSI scaturite dall’indagine “Mani Pulite”.

Craxi è una delle figure più emblematiche e al tempo stesso enigmatiche della storia della nostra Repubblica. Si è dibattuto a lungo sul Politico: l’opinione pubblica è divisa tra i suoi detrattori, che lo definiscono come la causa di tutti i mali italiani, come un ladro la cui condotta ha dato il là al declino economico dell’Italia, e i suoi estimatori, che ritengono sia stato vittima della magistratura politicizzata e di alcuni poteri forti – soprattutto di natura filoamericana – che lo costrinsero all’esilio.

Meno si è discusso, invece – a parte molte congetture legate al suo stato di salute e alla scelta di non difendersi in tribunale – dell’Uomo. Proprio in quest’ottica si muove “Hammamet”, il nuovo film del regista Gianni Amelio, il quale racconta gli ultimi sei mesi di vita del Segretario del PSI, trascorsi, al pari dei suoi ultimi anni, nell’omonima città tunisina. In questa pellicola la vicenda politica resta ai margini della narrazione, mentre ciò che emerge in modo preponderante è la dimensione umana di Craxi, magistralmente interpretato dall’attore Pierfrancesco Favino. Il regista calabrese non si schiera, non decide né di condannarlo né di assolverlo, semplicemente sceglie di rappresentare e portare in scena i suoi pensieri e i suoi sentimenti, il bisogno di difendersi dalle accuse di corruzione senza però pentirsi mai delle condotte rientranti nel finanziamento illecito.

Il “Presidente” – nel film viene chiamato sempre così e mai per nome – riprendendo la tesi sostenuta nel suo ultimo discorso alla Camera nel quale denunciò l’ipocrisia politica nei confronti della corruzione e del finanziamento ai partiti, definisce questi ultimi come “peccati veniali necessari al raggiungimento del fine ultimo”: riteneva fosse un sistema noto e perpetrato da tutti i partiti in quanto funzionale alla loro stessa esistenza, e, dal momento che lo facevano tutti, egli non si sentiva né più né meno colpevole degli altri.

Mettendo un attimo da parte le valutazioni politiche sul leader del PSI – seguendo l’esempio del regista – la tesi di Craxi e, dunque, la sua giustificazione, dovrebbero indurci ad una riflessione approfondita su ciò che avvenne in quegli anni e avviene ancora oggi, dominando la vita politica ed economica del nostro Paese. Se da un lato Tangentopoli e i mutamenti normatici che ne sono conseguiti sono stati in grado di mettere un freno ai finanziamenti illeciti ai partiti (freno e non fine: basti pensare al recente caso “Russiagate”), dall’altro, invero, non sono stati determinanti nel reprimere il fenomeno corruttivo. Individuato il colpevole principale – anche grazie alle testimonianze di molti politici e imprenditori che ne sono usciti così giudizialmente illesi – e trascorso un po’ di tempo, tutto è tornato come prima: sono cambiati gli interpreti ma il sistema è rimasto immutato. L’intervento della magistratura, per quanto energico, non è stato sufficiente a eliminare la corruzione, poiché questa costituisce un fenomeno e un modus operandi insito nella nostra cultura. Ancora oggi, infatti, i giornali narrano quotidianamente nuove vicende corruttive che coinvolgono tutti, dal politico all’imprenditore, dal mafioso al prefetto.

“Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi” – sostiene Tancredi discutendo con lo zio, il Principe Fabrizio Salina, nel “Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa: avranno pensato la stessa cosa gli artefici e i carnefici politici del declino craxiano. Il problema dell’Italia non era Craxi ma ciò che rappresentava. Con il propagarsi dell’inchiesta sorse la necessità di individuare un capro espiatorio per dare l’illusione che il sistema potesse cambiare e lo si trovò nella figura del segretario del PSI. Esteriormente, politicamente parlando, è cambiato tutto: Tangentopoli ha segnato il tramonto della Prima Repubblica e l’inizio di una nuova fase politica, i vecchi partiti sono scomparsi per lasciar spazio a nuovi simboli e a nuove idee, ma in realtà tutto è rimasto com’era. Il ragionamento è analogo a quello operante in tema di Mafia: si possono arrestare anche 100 mafiosi, il giorno dopo ce ne saranno 101 pronti a prendere il loro posto. Per combatterla concretamente e debellarla definitivamente serve un mutamento culturale, bisogna educare i giovani alla cultura dell’Antimafia, è necessario che tutti comprendano a pieno il suo disvalore, così che non vi sia più nessuno disposto ad emulare i boss e ad occupare quel posto lasciato vacante. Lo stesso vale per la corruzione. Non sorprende che entrambi i fenomeni traggano la loro forza dall’omertà.

Il problema dell’Italia è e sarà sempre la mentalità degli italiani – o almeno di parte di essi. Cedere ai famosi “peccati veniali” e accettarli in quanto giustificati dal fine ultimo, perché tanto se non lo fai tu qualcun altro sarà disposto a farlo al tuo posto, e allora perché non approfittarne e lasciare ad altri tale possibilità? “Lo facevamo tutti!” – afferma per giustificarsi il Craxi interpretato da Favino. Ma non è vero che il fine giustifica i mezzi, non è vero che la colpa comune azzera le responsabilità dei singoli. Un antico proverbio recita: “Tutto è concesso in guerra e in amore”. Per quanto le stanze della politica, i suoi equilibri e le sue alleanze possano apparire quanto mai simili a ciò che avviene in un contesto bellico, per quanto serva amore verso la cosa pubblica per poterla amministrare diligentemente, non si tratta né di guerra né di amore, motivo per cui non si può rinvenire alcuna causa giustificatrice a tali condotte. Se si vuole cambiare il Sistema ed eliminare la corruzione è fondamentale che tutti cambino il proprio modo di pensare e di agire, iniziando dal proprio ruolo di singoli cittadini. Solo così il mutamento potrà essere reale e non solo fittizio.

Tornando al film, non resta che fare i complimenti ad Amelio e a Favino. Al regista per il modo in cui ha trattato il tema e per la capacità di saper discernere la vicenda politica dalla dimensione intrinseca e personale, raccontando per la prima volta l’uomo, con i suoi pregi e i suoi difetti, le abilità da statista ma anche le debolezze di padre e il suo rapporto con la malattia; all’attore per l’interpretazione, ennesima conferma della sua immensa caratura artistica.

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