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C’è una parola in Italia, soprattutto al Sud, che proprio non va di moda: “mammo”. Eppure è meglio che ci mettiamo il cuore in pace e cerchiamo di fare uno sforzo (mi rendo conto che in alcuni casi potrebbe essere quasi sovrumano) per lasciarci alle spalle tutta una serie di preconcetti che non hanno ragione di essere.

Tipo: la mamma è indispensabile, il padre meno; il papà non potrà mai accudire un bimbo piccolo come la mamma, ecc. ecc. Sono balle, come è stato dimostrato in altri parti del mondo. Ma c’è una bella notizia.

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L’Unione Europea recentemente ha dato il via libera a una direttiva che da noi è passata quasi in sordina: il congedo obbligatorio ai neopapà di almeno 10 giorni (in Italia ora sono cinque).

Ma non finisce qui: la stessa direttiva concede la possibilità ai padri di usufruire di due mesi retribuiti per stare vicino al suo bambino «non cedibili» alla mamma. E non è un dettaglio da poco.

Perché così non hai scusanti: se hai voglia, quei due mesi lì te li fai a dare le pappe, a balbettare le prime paroline con tuo figlio, a portarlo a passeggio fuori nelle belle giornate di sole. Insomma fai il “mammo” che, nonostante quel che pensano ancora tanti uomini italiani, è un’esperienza meravigliosa. Se non hai voglia, i due mesi li perdi e basta. Di certo non li puoi cedere alla mamma, come invece avviene nella stragrande maggioranza dei casi adesso in Italia, dove il cumulo è consentito. Tant’è che da noi solo un padre su cinque va in congedo di paternità (anche perché è retribuito solo al 30% e rinunciare al 70% dello stipendio non è da tutti). E quando avviene tra i colleghi è quasi uno scandalo.

E invece sarebbe davvero una bella cosa. Il mondo è cambiato e anche i papà hanno il diritto (badiamo bene il diritto, non il dovere) di passare del tempo che poi nessuno gli restituirà più con i propri figli appena nati. Nei paesi nordici i “mammi” che usufruiscono del periodo di congedo retribuito sono il 50%, e i numeri aumentano di anno in anno.

Tra l’altro questo sì che aiuterebbe le donne a sfondare una volta per tutti il famoso “tetto di cristallo” che vede le italiane ancora penalizzate rispetto ai loro colleghi maschi sul posto di lavoro. Se l’usanza diventasse generalizzata, infatti, le aziende smetterebbero di usare come alibi – quando nelle assunzioni preferiscono gli uomini alle donne – la probabilità di una gravidanza e poi il periodo di assenza per maternità. Non lo dico io, ma la Ue che lo ha messo nero su bianco: l’obiettivo della norma è favorire l’occupazione delle madri.

Ora l’Italia ha tre anni di tempo per adeguarsi alla direttiva. E noi speriamo che lo faccia il prima possibile.

eva.kant@quotidianodelsud.it

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