Salta al contenuto principale

COMMENTO Stati Uniti impero in disfacimento, che fare in Europa?

Nazionale
Chiudi
Apri
Per approfondire: 
Tempo di lettura: 
7 minuti 50 secondi

di FRANCESCA MESSINA

Si resta stupefatti di quanto, in pochi anni, sia decaduta la politica estera statunitense. Oggi, quella che il secolo scorso era la nazione guida del mondo, è divenuta un pachidermico agglomerato di interessi, spesso privi di direzione comune o addirittura confliggenti. Negli ultimi cinque anni l'autorevolezza degli Stati Uniti nel mondo è crollata a livelli inediti. Solo pochi anni fa la politica estera a stelle e strisce determinava, con un sapiente gioco di propaganda politica e sanzioni economiche, il tracollo dell'impero sovietico. Poco dopo, riusciva a imporre un nuovo ordine alle porte d'Europa: fu liquidata la Jugoslavia, furono disarmati i Serbi (élite troppo slava e filo-russa per essere introdotta nell'UE), vennero fomentate tra Bosnia e Kosovo le rivendicazioni islamiste, col denaro di Turchia e Arabia Saudita. Un colpo da maestro che tagliava denti e artigli al temuto "competitor" russo.  

Negli stessi anni vennero occupati con le armi Iraq e Afghanistan, chiudendo in un assedio di ferro un altro storico nemico, l'Iran.

In economia, si imponevano al commercio mondiale, implementando la fase finale degli accordi G.A.T.T., le leggi americane, inaugurando la mitica "Globalizzazione", accolta a colpi di girotondi e canzoni New Age dai media e dalle celebrità dello spettacolo (prima) e dalla speranzosa gente comune di fine millennio (dopo).

Contemporaneamente o quasi, venivano associati al Patto Atlantico (NATO) la gran parte dei paesi dell'ex-Patto di Varsavia (URSS), arrivando ad ammassare truppe NATO su tutto il confine occidentale della Russia, lo stesso da cui erano entrati Hitler e Napoleone.

Tutto questo, senza che nessuno avesse da eccepire niente. La fine del comunismo fece cambiare ideologia (all'istante!) a migliaia di intellettuali, il bombardamento di Belgrado vide partecipare l'Italia con un premier che fino al giorno prima tifava Hezbollah, persino i liberali come Fukuyama esponevano rassegnati la teoria della "fine della storia". E oggi?

Oggi, evidentemente, la storia ha ripreso a correre, tanto velocemente che quasi non è possibile credere che sia passato così poco tempo. Basta leggere le notizie. La sequela dei fallimenti è impressionante.

Un esempio su tutti: l'unica ragione per cui abbiamo provato a far entrare nell'orbita UE/NATO l'Ucraina, con la rivolta di piazza Maydan del 2014, era togliere alla Russia (che ci stava in affitto) il porto di Sebastopoli in Crimea, punto dominante il Mar Nero, a sua volta unica porta di accesso della Federazione Russa al Mediterraneo. Ricordiamo come andò? Un disastro: l'intera Crimea, non solo Sebastopoli, è tornata alla Russia (senza sparare un colpo), e sul groppone UE è rimasto uno stato fallito e ingestibile. Ma l'Ucraina non è l'unico fallimento.

In Iraq, gli Stati Uniti hanno perso la guerra iniziata tanti anni fa contro Saddam Hussein: al governo del paese, oggi, ci sono infatti gli Sciiti, etnia maggioritaria, anti-americana e filo-iraniana che per tanti anni (grazie all'ex alleato degli USA Saddam Hussein, di etnia sunnita) era restata ai margini del potere a Baghdad. Per comprendere quanto sia ridimensionata la presenza americana in Iraq, si consideri un fatto: la guerra all'ISIS sul suolo iracheno, di fatto, la stanno conducendo milizie associate Iran-Iraq (come per la strategica liberazione di Falluja); gli Americani, se vogliono fare un raid sui terroristi, praticamente devono chiedere il permesso a loro. E spesso non lo ottengono.

Non va meglio in Siria, dove gli USA sono stati completamente surclassati dalla Russia: è russo il dominio dei cieli, russo il controllo del confine con la Turchia (dal quale gli Islamisti ricevevano armi e rinforzi), russa la conquista di Palmyra. A breve, arriveranno altri successi: la liberazione di Aleppo e di Raqqa, e con essa la fine dell'incubo ISIS; ma anche qui gli Americani non potranno appuntarsi nessuna medaglia, e il merito sarà tutto dell'esercito di Assad. Il quale, purtroppo, è un arcinemico degli USA, e di questo passo è sempre più difficile ficile da liquidare. Un pasticcio totale: il piano era indebolire i governi di Iraq e Siria, recalcitranti ad allearsi contro l'Iran, il risultato è l'esatto opposto.

Con il vecchio nemico Iran siamo, invece, addirittura all'armistizio: dopo decenni di sanzioni l'Iran non solo non è crollato, ma si è anche innalzato con le sue forze al rango di potenza regionale, militare ed economica. Proprio quello che non doveva succedere.

Come se non bastasse, questo ha anche logorato i rapporti USA con lo storico alleato Israele, che teme l'Iran come nessun altro stato del mondo.

Ultimo pasticcio, il golpe in Turchia: qualunque sia il retroscena, è certo che una parte dell'esercito turco, da sempre più vicino al governo americano che a quello nazionale (che infatti ha rovesciato numerose volte, e sempre a beneficio della NATO), ha provato a far fuori (letteralmente) il presidente Erdogan. Niente di nuovo sotto il sole; di colpi di stato è pieno il Medioriente. Se non fosse per un particolare, quello sì, nuovo, per la politica estera americana: che il golpe è fallito miseramente, e che nessuno è sceso in strada a sostenere l'usurato format della "rivoluzione colorata" (nemmeno i Curdi, che Erdogan massacra quotidianamente!). Ciliegina sulla torta (si fa per dire): si è capito chiaramente che l'amministrazione americana, nelle concitate fasi, non faceva proprio il tifo per Erdogan, e le tracce radar degli aerei della base NATO di Incirlik dimostrano che, anzi, gli "alleati" hanno aiutato i golpisti. Cosa succederà adesso ai rapporti NATO-Turchia? È uno scenario inquietante.

Parlando di rivoluzioni, poi, non bisogna dimenticare che lo stesso destino della Turchia, alla fine, lo hanno avuto molte altre "rivoluzioni colorate" o "primavere arabe" che dir si voglia: sempre appoggiate esplicitamente dal Dipartimento di Stato americano, e sempre finite malissimo per quest'ultimo. In Egitto è al potere Al-Sisi, amico più di Putin che di Obama; in Libia, dopo il linciaggio di Gheddafi, si fa strada Khalifa Haftar, l'unico leader credibile, mentre l'"occidente" sponsorizza tale Al-Sarraj, un disgraziato sbarcato in Libia di notte e autoproclamatosi presidente in una caserma sul porto, dove ancora adesso si trova barricato; in Libano spadroneggiano i filo-iraniani di Hezbollah; in Tunisia i gelsomini simbolo della rivoluzione sono già appassiti.

La politica estera degli anni di Obama sarà ricordata per aver lasciato molte macerie, e per aver seminato intorno all'Europa veri e propri focolai di instabilità politica, che molto probabilmente pagheremo cari negli anni a venire. 

E non è solo una questione di fallimenti militari: la stessa Brexit è un messaggio di sfiducia verso l'integrazione politica tra USA ed UE, un'integrazione meramente finanziaria che impone, a spese della classe media europea, le misure draconiane dell'austerità e l'importazione di manodopera a basso costo dal terzo mondo. Se consideriamo che quel segnale viene da uno storico alleato degli Stati Uniti, mi chiedo: c'è mai stato, prima di ora, un punto più basso della fiducia nel modello americano? La contrarietà al T.T.I.P., che dilaga in tutta Europa, non è forse la dimostrazione più evidente della sfiducia degli elettori europei verso i "modelli di sviluppo" di oltreoceano, dominanti solo pochi anni fa?

Inoltre, la regressione della politica statunitense, non è un fenomeno che riguarda solo Europa, Nordafrica e Medioriente. In Estremo Oriente, infatti, le cose vanno, se possibile, anche peggio. Gli accordi commerciali "trans-pacifici" americani, punta di diamante dell'influenza americana in Asia, segnano il passo: troppo forte, per molti paesi un tempo alleati di ferro degli Stati Uniti (Thailandia, Birmania, Vietnam, in parte addirittura Corea del Sud e Giappone) il richiamo della Cina che, con i suoi colossali fondi per investimenti strutturali e i suoi appetitosi accordi di interscambio, fa molta meno fatica degli altri a guadagnare alleanze (anche militari), e che si spinge oramai a finanziare infrastrutture strategiche persino in Africa e in America Latina.

L'"impero americano", come qualcuno lo definisce, è senza dubbio in un momento molto difficile della sua storia. Appesantito dalle conseguenze del liberismo sfrenato a cui si è votato, ha perso in due decenni la sua classe media, e si avvia a diventare un impero vecchio e stanco, agitato da insofferenze sociali e instabilità finanziarie, le une conseguenze delle altre. Il predominio tecnico vacilla, e con esso anche quello militare. La cultura è diventata sterile celebrazione di battaglie nate morte (si pensi all'importanza che si percepisce su tematiche come il matrimonio gay, rispetto ad altre come il diritto alla casa, le garanzie del lavoro, la lotta alla corruzione, la crescita incontrollata del debito pubblico, la programmazione dello sviluppo economico, la questione meridionale, la tutela dell'ambiente, la non proliferazione nucleare etc., praticamente scomparse dell'agenda politica).

Cosa dovrebbe fare un Europeo, sulla soglia di questi grandi cambiamenti storici? Certamente credere nell'Europa, ma non nell'Europa delle banche e del mercato transatlantico. Credere nell'Europa significa credere nell'unità culturale dei valori comuni europei, dal diritto romano alle radici cristiane, fino al moderno stato sociale e democratico. Un'Europa, quella in cui dobbiamo credere, che non può e non deve farsi trascinare nel baratro della guerra nucleare da un alleato (gli Stati Uniti) che non vuole ammettere di dover cedere il passo nel settore economico. L'Europa in cui vale la pena credere non è quella che ingaggia l'impossibile sfida alla produttività con il terzo mondo, regredendo socialmente a prima del '900. L'Europa che dobbiamo difendere è quella dei diritti sociali, del confronto democratico, dello stato sociale, delle scuole e della sanità pubblica, un luogo dove le persone, anche le ultime, vengono prima dei mercati. Un grande paese, l'Europa, che cresce senza lasciare indietro nessuno. In questo senso, l'Europa può davvero essere una "terza via" , un modello di vita e di progresso, tra Occidente e Oriente. E, soprattutto, quando diciamo Europa intendiamo la terra che va fino agli Urali, come la storia, prima che la geografia, ci insegna.

Ti sei ricordato di condividerlo con i tuoi amici?