Chase Infiniti nei panni di Agnes ne "The Testaments"
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Dopo il successo della serie madre “The Handmaid’s Tale”, approda su Disney Plus lo spin-off “The Testaments” che segue le vicende della giovane Agnes e della sua vita a Gilead.
NEI primi episodi di The Testaments, Agnes siede con le compagne del collegio “Casa delle Bambole” mentre zia Lydia illustra, con la voce piatta di chi ha trasformato la violenza in abitudine, cosa significhi essere donna in questo mondo. Nessuno urla. Nessuno protesta. C’è solo quella cosa peggiore del dissenso: l’ascolto convinto, la testa leggermente inclinata, gli occhi che non cercano via d’uscita perché non sanno che esiste.
The Testaments è approdato su Disney+ ad aprile, neanche un anno dopo la chiusura di The Handmaid’s Tale su Hulu, e lo fa con la consapevolezza di chi non deve più spiegare Gilead al pubblico ma può abitarla da dentro. Il romanzo di Atwood del 2019, Booker Prize condiviso con Girl, Woman, Other di Bernardine Evaristo – che consiglio -, costruiva la propria architettura attraverso tre voci e tre testimonianze. Bruce Miller, showrunner di entrambe le serie, sceglie una strada diversa: comprime la timeline, avvicina gli eventi alla fine di The Handmaid’s Tale, produce qualcosa che non è un adattamento fedele ma una riscrittura consapevole, adatta a un formato e a un pubblico che la serie precedente ha già formato, e in parte traumatizzato.
IL DESTINO DI AGNES E DAISY NELLA MODERNA GILEAD
Il risultato è più interessante di quanto si potesse sperare. Gilead è rimasta quella cosa che era: uno stato costruito sulla gestione del corpo femminile, sulla trasformazione della biologia in destino e del destino in teologia. Ma lo sguardo si è spostato.
June Osborne – Elisabeth Moss, presente in un cameo che segnala continuità più che necessità narrativa – è sullo sfondo. Al centro ci sono Agnes e Daisy, due ragazze che non sanno ancora di cercare la stessa cosa, e che la serie tiene separate abbastanza a lungo da rendere il loro inevitabile incontro una questione di struttura narrativa quasi fisica.
Agnes (Chase Infiniti) è cresciuta dentro Gilead. Non conosce libri, calendari, lavoro. La sua vita è scandita da riti di purezza, gerarchie femminili, e una devozione così naturalizzata da sembrare interiore. Infiniti costruisce il personaggio con una precisione che inquieta: non recita l’innocenza, la percorre. Ogni micro-espressione racconta qualcosa che Agnes non ha ancora i concetti per articolare – un fastidio sordo, una perplessità che non sa ancora di essere resistenza.
Una delle sue scene migliori non prevede quasi dialogo: Agnes che fissa il tutore Garth con quell’attrazione insieme istintiva e proibita, in un mondo che ha eliminato il lessico per nominarla. Infiniti tiene tutto in quell’indecisione degli occhi. Daisy (Lucy Halliday) arriva da Toronto, da fuori, con la rabbia di chi ha perso tutto in modo improvviso.
THE TESTAMENTS, LA RABBIA INTERIORIZZATA DELLE PROTAGONISTE
È il contrappunto: dove Agnes ha interiorizzato, Daisy resiste con il corpo. Bestemmia. Si ribella. Poi si piega, perché Gilead sa aspettare. Halliday porta qualcosa di fisicamente presente nel personaggio – una tensione nei gesti che non lascia mai davvero tranquilli. C’è un flashback legato alla rete Mayday che è una delle scena più intensa, non per quello che mostra ma per come Halliday cambia in tempo reale sullo schermo: il prima e il dopo di un trauma, percepibili senza che nessuno li nomini.
E poi c’è Ann Dowd, che è zia Lydia da così tanto tempo che il personaggio le appartiene in un modo difficile da spiegare con il solo concetto di bravura. The Testaments le consegna finalmente lo spazio che il romanzo le aveva riservato: una donna che ha scelto la sopravvivenza attraverso il tradimento, e che ora costruisce qualcosa dall’interno del sistema con una pazienza quasi indistinguibile dall’opportunismo. Dowd gioca su questa ambiguità senza mai risolverla. Non sappiamo, guardandola, se stiamo assistendo a una redenzione in corso o a un’ulteriore strategia di controllo. Probabilmente non lo sa nemmeno Lydia.
È il tipo di performance che trasforma una serie in un testo. Miller sceneggia i primi episodi con un equilibrio insolito tra il registro del coming-of-age e la cupezza sistematica di The Handmaid’s Tale, ma diversamente. Là era il punto di vista di una donna adulta che ricordava cosa significasse libertà. Qui sono ragazze che non hanno quel termine di paragone.
LA NARRATIVA DISTOPICA COME UNA FAVOLA
La distopia è il loro realismo, e questo cambia tutto: lo spettatore porta il peso di sapere quello che loro non sanno, e quella asimmetria è la vera fonte dell’ansia che la serie produce. Alcune scene disturbano proprio per questa ragione. La punizione collettiva con la sega circolare – ripresa con quella pulizia visiva che è la firma estetica della serie, costumi scarlatti e bianchi, architetture calcolate per opprimere prima ancora che per contenere – disturba non per la violenza in sé ma per l’ordine con cui viene ricevuta. Anche la scena dell’esposizione puberale, umiliante nel suo rituale medicalizzato, è costruita sul silenzio delle ragazze, sulle facce che cercano di non mostrare niente perché mostrare qualcosa sarebbe già una colpa.
The Testaments lavora meglio quando resta su questo piano: non nella denuncia ma nell’analisi di come la violenza strutturale si traduce in linguaggio interiore. Miller non insiste sull’attualità politica, e fa bene. Non serve. I meccanismi – il controllo del corpo, la normalizzazione della sopraffazione, la trasformazione della religione in strumento di governance – sono meccanismi che il pubblico del 2026 riconosce anche senza che la serie lo indichi con il dito.
La scelta di restare vicini alla timeline di The Handmaid’s Tale permette raccordi e camei, ma soprattutto mantiene il senso di una storia in corso, non ancora risolta, in cui la caduta di Gilead non è ancora scritta. Ma The Testaments sa esattamente che storia sta raccontando. Non è un sequel per i fan. Non solo. È un testo che usa la narrativa distopica come si usava la favola: per dire qualcosa che in altro modo sarebbe troppo diretto, troppo insopportabile da guardare senza mediazione.
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