Marco Esposito

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MARCO Esposito, caposervizio della redazione Economia de “Il Mattino” di Napoli da anni si occupa del Mezzogiorno.

Qual è lo stato di salute dell’economia meridionale?

«Molto critico. Chi considera il Pil un indicatore significativo parla di “svolta” per il buon risultato del 2015, perché per la prima volta dopo molti anni è di una frazione di punto superiore al Centronord. Purtroppo è soltanto l’effetto dell’anno di chiusura del ciclo di fondi europei 2007-2013, la cui spesa va chiusa entro i due anni successivi. Anche stavolta si è speso tardi e soprattutto si è speso male».

L’IDEA DI UN NUOVO MEZZOGIORNO 

Il divario Nord-Sud. Quali le ragioni storiche di una disuguaglianza socio-economica così forte?

«Solo le persone intellettualmente disoneste sostengono che il divario venga da lontano e sia precedente all’Unità d’Italia. I dati ufficiali certificano che nel 1861 non esisteva un Mezzogiorno nel suo insieme arretrato, dove cioè la regione migliore va peggio dell’ultima del Centronord. Campania e Sicilia erano la prima molto sopra e la seconda in linea con la media nazionale. La causa della nascita del divario non è l’unificazione in sé, perché anzi avrebbe potuto avere effetti benefici, ma due politiche a mio parere disastrose: la prima è stata deindustrializzare poli come Pietrarsa e Mongiana; la seconda, persino più grave, è stata affidare l’ordine pubblico alla criminalità organizzata. Lo stato al Sud ha delegato la sua funzione storicamente più antica, quella di garantire la sicurezza. L’intreccio tra malavita e politica, a tutti i livelli, ha finito per caratterizzare l’intera storia italiana».

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Sono possibili ancora dei correttivi in grado di costruire una nuova coesione nazionale?

«Non riesco per natura a perdere la speranza. La storia insegna che popoli che si sono combattuti possono imparare a convivere nel rispetto reciproco. Temo però che serva qualcosa di scioccante perché si possa aprire tutti gli occhi e capire che lasciare inutilizzate le risorse migliori, penso soprattutto ai giovani, ma anche alle risorse naturali e culturali, è follia».

L’ECONOMIA DAL BASSO E LA DEMOCRAZIA

L’economia criminale pesa oramai in modo significativo sull’economia reale del Paese. Dobbiamo accettare di convivere con un modello di democrazia mafiosa, oppure possiamo ancora rompere questo stato di cose?

«Possiamo e dobbiamo spezzare la morsa criminale. Non è neppure troppo difficile. Ci sono ormai tecnologie in grado di tracciare movimenti di denaro, di oggetti e di persone con precisione notevole. La lotta alla criminalità si fa con una profonda riforma fiscale: si riducono le imposte e nello stesso tempo si rende fitta la rete anti evasione. Incrociando le banche dati, è possibile dalla targa di un’auto risalire al proprietario, verificare le dichiarazioni dei redditi sue e dei familiari, le proprietà mobiliari, il profilo dei consumi, le partecipazioni societarie e la fedeltà contributiva. Cadrebbero nella rete i prestanome e, a catena, i mandanti. Certo, finirebbero nella rete anche i tanti evasori che ritengono di essere furbi. La cosa non mi dispiacerebbe affatto. Chi paga tutte le tasse non solo non avrebbe nulla da temere ma, finalmente, inizierebbe a versare molto meno».

LE TERRE BUONE IN MANI CATTIVE (DI Pino Aprile)

L’emigrazione dei giovani meridionali sta assumendo proporzioni drammatiche. Non siamo ai livelli degli anni Sessanta, ultimo grande esodo da Sud verso Nord, ma rischiamo di arrivarci nuovamente. Secondo Lei è un problema di strumenti o di mentalità?

«Intanto apriamo gli occhi: oggi il problema è molto più grave. Un tempo l’emigrazione si verificava in anni di forte pressione demografica e in un certo senso riequilibrava gli eccessi di natalità. Il Mezzogiorno nel suo insieme non si spopolava. Inoltre partiva chi non era riuscito a studiare, chi viveva in piccoli centri dotati di poche opportunità. Partivano gli ultimi, insomma. E trasferendosi a Milano, a Torino, hanno contribuito ad arricchire quei territori ma anche se stessi, offrendo ai loro figli opportunità migliori. Adesso dal Sud partono i giovani con titolo di studio elevato. Addirittura alcuni vanno direttamente a iscriversi nelle Università del Nord, anticipando l’emigrazione, tanto essa è data per scontata. E ciò accade in anni di forte contrazione demografica, per cui intere province del Mezzogiorno rischiano di diventare territori fantasma. Investire nell’istruzione a tutti i livelli, e quindi anche nelle università meridionali, è doveroso e utile. Infatti il lavoro intellettuale al Sud non è affatto destinato a scomparire. C’è e ci sarà bisogno, man mano che la generazione nata negli anni 50 andrà in pensione, di insegnanti, medici, dirigenti, quadri tecnici, sia nel settore pubblico sia in quello privato».

L’ESPERIENZA DI GRAGNANO CHE SI E’ FATTA STATO

In definitiva che futuro attende la società meridionale?

«Straordinario. Nonostante tutto. Qui c’è un popolo che non ha mai perso il senso del valore della vita. Che sa essere aperto. Che innova senza calpestare il passato. Che conosce il valore dell’equilibrio tra uomo e natura. Il popolo del Mezzogiorno è il più attrezzato culturalmente per affrontare le sfide dei nostri anni. Deve solo recuperare un ingrediente: la fiducia in se stessi».

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