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Elena Casagrande

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Elena Casagrande è un’eccellenza italiana dell’arte sequenziale che, con il proprio talento, è riuscita ad affermarsi a livello internazionale vincendo quest’anno, con la sceneggiatrice Kelly Thompson, l’Eisner Award (Premio che, in ambito fumettistico, corrisponde all’Oscar cinematografico), per la miglior nuova serie: Black Widow, la Vedova Nera, pubblicata in Italia da Panini Comics.

L’abbiamo intervistata per farci raccontare lo ieri, l’oggi e il domani della sua carriera.

Cosa significa oggi essere un’autrice di fumetti in Italia, oggi? Si fa ancora fatica, come avveniva anni fa, a far comprendere a chi è abituato a professioni più omologate il mestiere della disegnatrice?

Nella mia bolla domestica essere fumettista è un lavoro come un altro, richiede tempo (tanto) e fatica, impegno e dedizione, professionalità e creatività, e oggi posso finalmente dire di aver dimostrato ed educato chi mi conosce a cosa c’è dietro al risultato finale. In generale però penso che ancora ci sia tanto lavoro da fare ancora, per far riconoscere questo mestiere come tale: viene nascosto purtroppo tuttora dietro la maschera della passione, di qualcosa che essendo profondamente e indissolubilmente legato ad un determinato interesse, non comporta sacrifici. Ritengo sia importante continuare a parlare degli sforzi necessari per intraprenderlo, sia all’inizio che per proseguirlo. Siamo liberi professionisti, imprenditori di noi stessi, con la voglia di narrare storie nel miglior modo possibile e per fare questo c’è bisogno di competenze, di studiare, di adattarsi, di aggiornarsi, di confrontarsi: è una strada non facile, anche se può regalarti delle soddisfazioni enormi e ad oggi c’è ancora bisogno di raccontarlo per essere riconosciuti, a diversi livelli (personale, sociale, fiscale, etc).

Lei ha iniziato la sua formazione presso la Scuola internazionale di Comics a Roma, per poi proseguire come assistente di David Messina. Ora insegna presso la Scuola romana del Fumetto. Quanto è importante oggi formarsi presso una scuola e quanto “andare a bottega” per chi vuole diventare autore di fumetto?

Un aspetto positivo di questo lavoro è che per intraprenderlo non c’è un percorso obbligatorio: puoi farlo da autodidatta, da apprendista, da studente presso una scuola specializzata. Ognuno può scegliersi la propria strada, senza che una escluda le altre anche, perché in gioco ognuno mette in campo fattori diversi: il tempo, la voglia, le proprie necessità e possibilità economiche, l’intraprendenza, la costanza. Quello che accomuna tutti questi iter è il bisogno di avere voglia di imparare e mettersi in gioco. Molto probabilmente le scuole accelerano l’apprendimento, perché hai la possibilità di confrontarti e imparare direttamente da dei professionisti e magari entrare in contatto con chi può offrirti la possibilità di far bottega, ma ripeto, ognuno è libero di trovare la strada più adatta a sé.

Consiglierebbe oggi a chi ha la passione per il fumetto di intraprendere la carriera di autore?

Perché no, se è un suo desiderio! Sicuramente gli/le consiglierei di perseverare e non fermarsi ai primi ostacoli, ci sono molti sbocchi differenti per questo settore e bisogna esser pronti a cogliere le occasioni.

La serie Black Widow, per cui lei ha ricevuto l’Eisner, è un capolavoro di grafica. Alcune costruzioni delle tavole ricordano molto gli insegnamenti di maestri italiani del passato, come Gianni De Luca, ma non solo. Possiamo definire il suo tratto come una sintesi tra più epoche?

Grazie infinite! Sono sempre onorata quando mi vengono accostati nomi così importanti, ma non posso negare che sono stati sicuramente un’importante influenza del mio immaginario. Solitamente non programmo le conoscenze da cui attingere, mi lascio ispirare dalla tipologia del progetto e dalla sceneggiatura, ma su Black Widow devo dar merito allo script di Kelly Thompson e alla libertà che lei e la mia editor mi hanno dato, che mi hanno permesso di poter usufruire molto del mio bagaglio visivo, con riferimenti che vanno dal passato al presente, dall’Italia, all’America, al Giappone, da altri fumetti ma anche dal cinema. Definire il mio tratto come una sintesi forse è eccessivo, perché mi dà la sensazione che io sia arrivata ad un risultato definitivo, preferisco pensare ad un tratto che omaggi, rimescoli e rielabori tante diverse lezioni apprese.

Una domanda cattiva. Lei ha lavorato per la major del fumetto U.S.A., quale Marvel e Dc, ma anche per realtà importanti ma meno poderose, come la IDW e Boom! Studio. Dove si è trovata meglio? Dove ha avuto più libertà creativa?

Sai dopo questi anni mi sento di dire che la libertà creativa non è data dalla casa editrice, ma dalla tipologia del progetto e dal team creativo con cui ti trovi. Sicuramente un progetto creators owned ti dà più spazio di manovra e possibilità di sbizzarrirti piuttosto che lavorare su personaggi già esistenti che seguono canoni prestabiliti, ma Black Widow è stata per me la prova che anche con un personaggio così consolidato si può ancora esprimere tanto. La libertà più limitata, tra le mie esperienze, è stata sui prodotti su licensing, ovvero le serie a fumetti tratte da serie tv (o film, o videogames, o giocattoli, etc.; ma io ho fatto solo serie tv!), perché lì c’è un immaginario davvero solido da seguire, che va dalle ambientazioni e dalla somiglianza con gli attori, alla regia e allo storytelling… ma ci si può divertire anche lì, soprattutto se sei fan della serie!

Oltre che per la major americane lei ha lavorato, anche se con discontinuità, per realtà editoriali italiane. Qual è la differenza tra i due mondi?

Onestamente, nonostante questa domanda mi venga fatta spesso, le mie esperienze lavorative in Italia sono assai esigue e si limitano a piccole collaborazioni con piccole/medie realtà; non riesco quindi a fare un paragone veritiero, soprattutto e anche perché sono “obsolete” e magari oggi le cose sono cambiate. In entrambe i settori ho riscontrato professionalità, fortunatamente, ma se dovessi scegliere dove lavorare oggi, continuerei a scegliere l’estero, per motivi economici e maggior attitudine alla sperimentazione.

Ha nel cassetto un progetto, magari scritto e disegnato da lei, a cui vorrebbe dare vita? In tal caso, l’ha pensato per il mercato italiano o per il mercato americano?

Sì, come la maggior parte dei miei colleghi penso, ma per ora sta ancora lì, nel cassetto delle idee senza nessun tipo di progettazione.

Non si può disegnare con tanta passione un personaggio senza innamorarsene un po’. Quali sono gli aspetti di Natasha Romanoff alias la Vedova nera, che lei preferisce?

Ho sempre adorato disegnare personaggi femminili forti, capaci di proteggere sé stessi e chi hanno attorno, ho sempre invidiato le loro capacità atletiche o “soprannaturali”, quindi ho sempre messo un pezzetto di me in quello che gli facevo fare, e quel pezzetto di me è combattere con eleganza, efficacia e pulizia. Natasha è l’apice di questo, soprattutto nell’ultimo risvolto narrativo, quindi mi sono innamorata della possibilità di farla danzare con determinazione ma anche di mostrare il suo lato più morbido e apparentemente vulnerabile, e in questo Kelly ha fatto centro.

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