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Il parlare a vanvera ha anche i suoi vantaggi, soprattutto per chi ascolta: non deve stancarsi ad elaborare un’idea sul pensiero dell’altro.

di ROCCO VALENTI

IL PARLARE a vanvera ha anche i suoi vantaggi, soprattutto per chi ascolta: non deve stancarsi ad elaborare un’idea sul pensiero dell’altro. Può considerarlo alla stregua di un alito di vento fresco. Arriva e va via subito. Il problema è che se ci si abitua troppo – ad ascoltare i suoni senza soffermarsi sulle parole, o a leggere con il cervello scollegato – si corre il rischio, soprattutto nelle materie in cui si è meno ferrati, di farsi una rappresentazione della realtà sbagliata.

Purtroppo capita sempre più spesso. Prendiamo il problema del mare sporco. “Sono fenomeni naturali”, ti senti dire, con l’aggiunta di un ricatto morale: “se scrivete del mare sporco, i turisti non vengono in Calabria”. Poi ti guardi intorno e scopri che alcuni grossi depuratori sono sequestrati, che il mare, in molte zone, continua ad essere sporco, che i turisti se ne accorgono da soli (strano, vero?). “Ma quando mai! il nostro depuratore funziona”. Poi cerchi di approfondire e scopri che effettivamente il depuratore funziona (molti pare siano “funzionanti”), ma c’è il sospetto che i fanghi (al termine della depurazione dei reflui) non vengano smaltiti secondo legge (magari finiscono in mare). E ci sono perizie all’attenzione di alcune Procure secondo le quali, poniamo, di fronte ad una stima di x tonnellate di fanghi prodotti, dai registri ne risulta regolarmente smaltita solo una parte. E l’altra? Eppure il depuratore funziona. “In quel tratto di costa funzionano tutti i depuratori”, leggi sui giornali. Poi giri pagina e scopri che hanno sequestrato il depuratore di un paese dell’entroterra perché scaricava direttamente nel fiume senza depurare.

Ottimo: i fiumi, ancora oggi, sfociano in mare. “Giornalisti delinquenti, buttano fango”: bene. Invece gli amministratori poco attenti e i gestori di depuratori che risparmiano sullo smaltimento dei fanghi sono uomini illustri. Da premio. Ottimo. Magari, per premiarli, si può organizzare una convention con rinfresco preceduto da bagno in mare alla foce di un torrente. Tanto è tutto pulito.

Fenomeni naturali. Hanno avuto una bella idea i Cinquestelle di Lamezia: perché non mettere delle webcam ai depuratori per monitorare 24 ore su 24 tutto ciò che accade? Già, perché non imporre una specie di “scatola nera” ai depuratori? Costerebbe molto? Di certo molto, molto meno dei danni che la Calabria sta subendo.

Qualche giorno fa, il senatore reggino Antonio Caridi, indagato con l’accusa di mafia, si è consegnato in carcere, a Roma, dopo che il Senato (prima la Giunta per le autorizzazioni e poi l’Aula) aveva votato per il suo arresto, come chiedeva la magistratura di Reggio. Caridi ha di certo solidi elementi per difendersi e magari dimostrare la sua totale estraneità ai fatti che sono stati ipotizzati contro di lui. Fatti-reato molto gravi, per i quali, appunto, si è deciso di applicare una misura cautelare. Le accuse è evidente che sono quelle formulate dai pm, i presupposti per una misura cautelare in carcere sono stati accertati dal giudice per le indagini preliminari, saranno poi giudici di merito a decidere su colpevolezza o innocenza, fermo restando che il senatore Caridi, esattamente come uno qualunque degli arrestati nella recente operazione antimafia sul Tirreno cosentino, è innocente fino a prova del contrario. Da qui ad affermare – come si è fatto – che con l’arresto di Caridi è stato dato uno schiaffo alla democrazia, che si è trattato di una sentenza anticipata, che è stato arrestato un indagato senza che sia stato ancora processato o condannato (cioè nella stessa condizione di quasi tutti gli arrestati di cui parlano giornali e televisioni in Italia!), ce ne corre. Se la cosa non fosse molto seria, potrebbero essere prese come parole a vanvera. Ma giudizi sommari che sanno tanto di casta e commenti improntati a garantismi che puzzano tanto di ignoranza gettano fango su un sistema di giustizia che vale per tutti. Per tutti, come la scritta nelle aule dei tribunali dovrebbe ricordarci.

La considerazione più amara, che ovviamente prescinde dal caso specifico, è che molti parlamentari e uomini di governo dovrebbero profondere le proprie energie – senza destinarle solo ad alimentare la favella – per mettere in condizione pm e giudici di lavorare (senza problemi di organici, tanto per cominciare); e subito dopo porre rimedio ad altre storture – queste sì davvero odiose – che riguardano i tempi della giustizia: il senatore Caridi, così come tutti gli indagati in stato di custodia cautelare, hanno il diritto di essere giudicati (e i cittadini di sapere) presto, prestissimo. Si mettano i giudici in condizione di lavorare e poi si fissino termini molto rigidi (molto più di quelli attuali) per i processi.

Termini e sanzioni. Ma questo, appunto, non si può fare solo con gli sproloqui. 

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