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L’immagine del ministro Gualtieri che stringe vigorosamente la mano del premier mentre Luigi Di Maio, alla sua sinistra, è scuro in volto e non si gira neppure a complimentarsi, è la raffigurazione finale dell’informativa di Giuseppe Conte in Parlamento, prima alla Camera e poi al Senato. Ci sono state bagarre, urla e fischi da parte della Lega e Fratelli d’Italia.

Il presidente del Consiglio va subito all’attacco di Salvini, che «non studia» e lui respinge le accuse di «tradimento». Ma se salvava, fino a qualche tempo fa, Giorgia Meloni, adesso «mi stupisco di lei».

Intanto da Bruxelles fanno sapere che la firma del Trattato a dicembre non è necessaria, «può avvenire anche uno-due mesi più tardi». Ed è una mano tesa a Roma, mentre Berlino e Parigi ritengono «soddisfacente il testo».

LA SFURIATA DI CONTE

Ma il leit-motiv di Conte è sintetizzabile in una frase pronunciata all’inizio, quando il clima non era tesissimo quanto alla fine.

«Dalle opposizioni – dice il presidente del Consiglio – ho ricevuto accuse infamanti contro di me che, se fossero vere. dovrebbero costringermi alle dimissioni». È preciso fino al capello, riporta date, numeri per sottolineare che sono state diffuse notizie allarmistiche «palesamente false». Spiega: «È stato anche detto che il Mes sarebbe già stato firmato e, per giunta, di notte». La morale è una sola: «Anche chi sta all’opposizione ha compiti di responsabilità. Mi sembra quasi superfluo confermare a quest’Aula un fatto di tutta evidenza, ossia che né da parte mia né da parte di alcun membro del mio governo si è proceduto alla firma di un trattato ancora incompleto». Perché, assicura, «nessun Trattato è stato ancora sottoposto alla firma dei Paesi europei».

Tutto è stato fatto secondo logica e secondo chiarezza. Perché il Parlamento è stato «costantemente e puntualmente aggiornato». Poco più di un anno fa «l’Italia da me rappresentata, si è espressa in sede Europea in maniera perfettamente coerente con il mandato ricevuto da questo Parlamento. E su tali basi è stato dato l’incarico all’Eurogruppo di procedere alla predisposizione di una bozza di revisione del Trattato Mes».

L’allora ministro dell’Economia, Tria, ha inviato il testo di revisione del Mes ai presidenti delle Camere. E cita il ringraziamento che il senatore leghista, Alberto Bagnai gli ha fatto durante l’esame del Mes in Senato, che provocò l’applauso dei deputati del Partito democratico.

Rassicura che l’Italia è fuori dai rischi e dai pericoli. L’Italia, osserva, «ha un debito pubblico pienamente sostenibile, come pure riconoscono i mercati, la Commissione europea e il Fondo monetario internazionale, per cui non si intravvede all’orizzonte nessuna necessità di attivare il Mes».

Fatta questa osservazione, ripete che il fondo salva-Stati «non è indirizzato contro un Paese o costruito a vantaggio di alcuni Paesi a scapito di altri. Perché esso rappresenta un’assicurazione contro il pericolo di contagio e panico finanziario».

L’ATTACCO A LEGA E DI MAIO

L’affondo contro l’opposizione è continuo: «Sta dando prova di scarsa cultura delle regole e mancanza di rispetto delle istituzioni». Ricorda che nel Consiglio dei ministri del 27 febraio 2019 è stata presentata e illustrata nel dettaglio la “Relazione consuntiva sulla partecipazione dell’Italia all’Unione europea relativa all’anno 2018” in cui si parlava della trattativa condotta anche del Mes».

Quindi attacca Di Maio e i ministri leghisti. In quel Cdm, sottolinea, «nessuno dei ministri presenti, compresi quelli della Lega, ha mosso obiezioni sul punto e, in particolare, sulla relazione da presentare alle Camere».

Quindi, resta fisso un punto: «Non posso nascondere che questa informativa non può essere degradata a ordinario momento della fisiologica interlocuzione tra il governo e il Parlamento: questo mio passaggio assume un rilievo particolare. Da alcune settimane i massimi esponenti di alcune forze di opposizione hanno condotto una insistita, capillare campagna mediatica, accusandomi di condotte talmente improprie e illegittime nella trattativa con la Ue da essermi reso responsabile di alto tradimento. Sarei uno spergiuro perché venuto meno al vincolo di essere fedele alla Repubblica: si è perfino adombrato che avrei tenuto questa condotta per biechi interessi personali».

SALVINI E MELONI

Quando parla delle accuse infamanti dell’opposizione comincia un borbottio che si trasforma in putiferio. Il leghista Borghi inizia a scandire: «Vergognati, vergognati». Il presidente della Camera, Roberto Fico, invita alla calma, ma Conte fa il nome di Borghi. Per cui Fico richiama il premier: «Non nomini i singoli deputati». Borghi incalza: «Di Maio vattene, dimettiti».

Giorgia Meloni risponde al premier: «Non mi stupisce la disonestà intellettuale di non rivolgersi alla persona seduta alla sua sinistra: Luigi Di Maio, che su questo tema ha detto le stesse cose che stiamo dicendo noi». E sul salva-Stati l’Italia ha tutto da perdere, « è un fondo salva banche tedesche». E poi la più fulminante accusa: «Conte è diventato statista nella Ue svendendo l’Italia».

Matteo Salvini non si è assolutamente risparmiato: ha citato Confucio e ha ricordato a Conte che c’erano, mentre parlava, molte assenze in Senato. «Mancavano almeno 60 parlamentari della sua maggioranza. Guardi la fiducia che hanno in lei». Aggiungendo: «Presidente, sta barattando la poltrona di qualcuno con il futuro dei nostri figli».

Poi ha annunciato che sabato e domenica la Lega sarà in mille piazze italiane per spiegare cos’è il Mes «e raccogliere le firme» contro il Trattato. In serata Di Maio ha tenuto alla Farnesina una riunione dei ministri 5Stelle. Nel Transatlantico del Senato, Salvini è stato salutato da Renzi con il pugno chiuso. «Ciao compagno» gli ha detto.

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