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Il teatro Petruzzelli di Bari

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Clamoroso se non storico. Con una sentenza che farà discutere. E non solo nelle aule e nei manuali di diritto. Dopo un’infinita battaglia giudiziaria il teatro Petruzzelli passa alla famiglia proprietaria. Gli attuali sette eredi dei Messeni Nemagna rientrano nel pieno possesso del politeama, ma contestualmente sono condannati a pagare allo Stato oltre 43 milioni di indennizzo per i lavori di ricostruzione dell’immobile, distrutto da un incendio doloso nella notte del 27 ottobre 1991. Il ribaltone arriva con la sentenza della Corte di Appello di Bari che di fatto annulla tutti i provvedimenti degli enti locali, in primis quelli del Comune, che avevano permesso di rendere il teatro a intera proprietà e gestione pubblica anche con la creazione di un’apposita Fondazione.

Per capire questa intricatissima vicenda bisogna fare un salto indietro, di oltre un secolo nel lontano 1896, anno in cui i costruttori del teatro, i fratelli Antonio e Onofrio Petruzzelli, misero le basi per realizzare quello che sarebbe poi diventato il glorioso politeama. Bene, oggi secondo i giudici della I Sezione (presidente Maria Mitola) quell’atto ha ancora valore ed efficacia: «Quando il 29 gennaio 1896 il Comune di Bari concesse ad Antonio Petruzzelli l’occupazione gratuita e perpetua della superficie di suolo pubblico ai fini della edificazione di un teatro (poi inaugurato il 14 febbraio 1903, ndr), non sottoscrisse un atto di occupazione o concessione del suolo ma un vero e proprio trasferimento di proprietà tuttora valido».

Non la pensava così invece il Comune che nel giugno 2010 (era sindaco Michele Emiliano) decise invece di procedere in autotutela annullando di fatto la convenzione per diventare proprietario dei suoli e dell’immobile artistico di corso Cavour. Undici anni fa secondo l’amministrazione comunale il Petruzzelli doveva diventare pubblico per la cessazione del diritto di superficie, essendo sia trascorsa la durata massima della concessione (fissata in 99 anni) ed essendosi realizzata una delle clausole per la revoca: in caso di distruzione del teatro, i proprietari avrebbero dovuto rimetterlo in piedi entro i successivi tre anni. Una condizione posta a fine ‘800 e che poi, ironia della sorte, si sarebbe realmente verificata nel 1991, ma alla quale nessuno ha posto rimedio. Ma il Comune, è l’osservazione dei giudici, «non aveva potere autoritativo per appropriarsene».

La stessa Corte però stabilisce anche l’annosa partita dei fondi per la ricostruzione, condannando i proprietari al ristoro delle somme alla Presidenza del Consiglio dei ministri considerando che «il complesso immobiliare, sostanzialmente distrutto e non utilizzabile in conseguenza del rogo del 1991, ha potuto recuperare – si legge nella sentenza – il suo antico splendore e, soprattutto, piena funzionalità, soltanto grazie al corposo ed esclusivo sostegno economico pubblico». Insomma, una sentenza choc che spinge il sindaco Antonio Decaro, nonché presidente della Fondazione Petruzzelli, a chiedere e ottenere nel giro di pochissime ore un incontro urgente con il governo, già fissato per martedì 23 novembre con il ministro alla Cultura Dario Franceschini.

«Questa sentenza – dice il primo cittadino – può determinare la sospensione delle attività della Fondazione e delle manifestazioni culturali già programmate nel teatro Petruzzelli. La nostra città ha già sofferto per troppi anni l’assenza del suo palcoscenico più prestigioso, e oggi questa pronuncia rischia di riportare Bari indietro di trent’anni, privandola non solo di una programmazione culturale finalmente all’altezza delle sue ambizioni, ma anche di una realtà che in questi ultimi anni è diventata un simbolo indiscutibile della nostra rinascita».

Nulla infatti vieterebbe ai proprietari di entrare subito in possesso del teatro e di stoppare di fatto ogni attività della Fondazione. Ma in queste ore arriva anche un’altra decisione clamorosa. I giudici della sezione della Corte d’Appello specializzata in materia di imprese (presidente relatore Salvatore Grillo) hanno dichiarato inefficace il protocollo d’intesa del novembre 2002 che mise d’accordo la famiglia proprietaria e lo Stato.

Secondo quel documento la ricostruzione del teatro sarebbe toccata alla parte pubblica e che, una volta ricostruito, un’apposita Fondazione (non è quella che oggi amministra il teatro) l’avrebbe gestito per 40 anni pagando 500 mila euro di canone annuo alla famiglia Messeni Nemagna. Protocollo mai attuato. E che secondo i giudici oggi è nullo per vari motivi: l’originaria Fondazione costituita con quell’atto avrebbe dovuto provvedere alla ricostruzione (poi invece portata avanti dallo Stato e da un apposito commissario), ma soprattutto il protocollo non ha avuto mai piena efficacia per un inadempimento amministrativo. L’atto non fu mai ratificato dall’allora consiglio della Provincia di Bari, nonostante i 120 giorni tassativi indicati.

«E il protocollo in oggetto è, infatti, un contratto plurisoggettivo» scrivono i giudici stabilendo la necessità della «approvazione da parte di tutte le amministrazioni pubbliche coinvolte in considerazione dell’interdipendenza dei rispettivi obblighi, assunti nei confronti della parte privata». Insomma, il protocollo sarebbe diventato valido solo previa ratifica da parte di tutti gli enti locali contraenti.

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