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L’area del “cimitero dei bimbi mai nati” a Carbonara

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Al campo 4 di Carbonara c’è il cimitero dei bambini mai nati. Sono piccoli angeli che per svariate ragioni non sono venuti al mondo e che vengono seppelliti in questo fazzoletto della città. Ci sono dei numeri sulle bare: solo su qualcuna, ci sono fiori freschi e un nome e un cognome per distinguerle dalle altre. Perché ci sono mamme che non si rassegnano e che, in quel piccolo angolo, trovano il modo per piangere su un figlio che non hanno mai potuto stringere tra le braccia. Ma di questo piccolo cimitero, sono pochi a conoscerne l’esistenza.

Non tutti sanno, cioè, che quando si è costretti a un aborto clinico, per le più svariate ragioni, c’è una scelta complicata da prendere: cosa farne del corpo. La domanda generalmente viene posta dal medico ad aborto fatto, in un momento in cui è difficile prendere una decisione. Sono tante le donne che raccontano momenti di solitudine: a volte costrette a condividere le stanze di ospedale con piccoli appena nati, tra le braccia della loro mamma. Non c’è uno psicologo a cui affidare paure e sensi di colpa. Almeno non per tutte.

«Nel momento in cui ho partorito – racconta una mamma – mi è stato chiesto cosa avessimo voluto fare del corpo. Purtroppo, nessuno è preparato a questo momento. Noi abbiamo scelto di lasciarlo lì perché la medicina lo studiasse, affinché la rarità di questo caso avesse le sue documentazioni. Il dolore con il passare dei giorni aumentava, insieme ai sensi di colpa: volevamo il nostro bambino. Mio marito, facendo un po’ di ricerche, è venuto a capo di tutto. Il corpo del bambino era stato seppellito nel “campo dei bambini mai nati’ e adesso abbiamo un po’ di pace.

Negli ultimi tempi – prosegue – ho conosciuto tante donne, mamme che hanno avuto la mia stessa esperienza e che purtroppo non hanno saputo prendere una decisione, in quel momento di scarsa lucidità, ma di forte e immenso dolore. Hanno provato a cercare i corpi ma nulla, alcune di loro lo hanno richiesto, ma è stato comunicato purtroppo che erano stati smaltiti nei rifiuti speciali».

Una risposta dura da ascoltare in un momento in cui il lutto è tutto da elaborare. Ma sul tema si parla e si sa poco. Poche le informazioni in ospedale, quasi inesistente il supporto psicologico, se non ci fossero le associazioni di volontariato che cercano di supplire a queste carenze.

«Chiedo – dice ancora la mamma – che anche nei campi ospedalieri ci sia informazione e ci sia supporto per queste mamme più bisognose, perché è semplice prendersi cura di mamma e neonato quando tutto va per il verso giusto, ma noi che abbiamo perso il nostro bimbo non siamo mamme di serie B. Siamo mamme e donne che hanno bisogno di una spalla in più sulla quale poggiarsi».

C’è anche un altro aspetto di cui tener conto: l’assenza di un quadro organico per il trattamento dei feti e dei bambini mai nati. Questo tipo di sepoltura, infatti, è disciplinata dal Regolamento nazionale di polizia mortuaria. In sintesi: i “prodotti del concepimento” sino alla 20esima settimana vengano sepolti su richiesta dei familiari. In assenza di questa, sono considerati “prodotti abortivi” e trattati come rifiuti speciali ospedalieri dalle Asl competenti.

Invece “i prodotti del concepimento dalla 20esima alla 28esima settimana, oppure i feti oltre la 28esima settimana, vengono sepolti su richiesta dei familiari o, comunque, su disposizione della Asl”. A mancare, quindi, è l’informazione che dia la possibilità a questi genitori, lasciati a metà, di dare degna sepoltura a un piccolo sul quale avevano disegnato il futuro. La possibilità di poterlo piangere ancora e di poter portare un fiore sulla sua tomba.

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