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In caso di violenza chiedere sempre aiuto

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C’È la violenza che lascia i lividi sul corpo. Che spinge spesso a cambiare trucco, a usare grandi occhiali da sole, a evitare magliette a maniche corte. Ma prima o poi qualcuno quei lividi potrà vederli. Potrà comprendere che in quel corpo c’è sofferenza. E poi ci sono le donne che la violenza la subiscono nell’animo. Nel profondo del cuore. Dove nessuno può vedere. Dove bisogna scavare tanto per guardare le ferite profonde che sono lì e che nessuno cura. Francesca è solo un nome di fantasia.

In questo nome si nasconde la storia di una donna. Una storia simile a quella di tante altre che hanno prima dovuto fare i conti con sé stesse e poi hanno dovuto ammettere di essere vittime di violenza. «Quando ho conosciuto mio marito avevo 17 anni. Lui un solo anno più di me. È stato il mio unico uomo, quello con cui ho condiviso le mie prime esperienze. Siamo stati insieme tanto tempo. Lui ha sempre viaggiato per lavoro. Mi sembrava tanto più di me. Io ho sempre adattato la mia vita alla sua. Nei ritmi e nei tempi che poteva dedicarmi. Lui decideva chi potevo frequentare e quando. Mi ripeteva spesso: ‘Tu sei una donna intelligente, quindi, ti è facile capire che devi fare come ti dico”».

Francesca ha sposato quest’uomo dal quale ha avuto due figli, oggi preadolescenti. «È sempre stato forte e determinato. Noi non abbiamo costruito un rapporto vero, un rapporto di condivisione e di amore: lui dettava le regole e io mi adeguavo. Gli anni sono passati così. Solo qualche lite finita sempre con la stessa testa chinata. Ma Francesca si rendeva conto, giorno dopo giorno, di sentire un forte malessere interiore. Quando alzava la testa lui inveiva: «Vai pure, quella è la porta. Ma stai attenta da qui non esci con le tue gambe».

Fino a che un giorno, in una discussione lui l’ha presa dal collo, l’ha sbattuta contro il muro e l’ha minacciata. Parole dure che fanno male, ma che soprattutto fanno paura. Francesca ha cominciato a maturare la decisione di lasciarlo. Lui sempre più geloso, lei sempre più impaurita. Sino a quando un giorno si è accorta di avere una cimice nell’auto e che suo marito la controllava. Quando i racconti della donna non coincidono con quelli segnalati dal cellulare, l’uomo si infuria. Si convince che lei ha un altro.

«Quando mi sono resa conto che ascoltava le mie conversazioni e che controllava i miei movimenti, mi sono sentita un carcerato con il braccialetto elettronico. Non ha più sopportato quella situazione. Ho raccontato quanto accaduto alla mia amica psicologa e lei stessa mi ha spinto a rivolgermi al centro antiviolenza. Ci ho messo molto tempo per capire che io – da sempre paladina della giustizia – fossi una vittima. Ci ho messo tanto perché a volte è più facile capirlo se hai i lividi addosso. Quando i lividi sono nell’anima tutto si complica. Il mio è stato un lungo percorso di negazione».

Il percorso di Francesca nel centro antiviolenza è stato lungo e complicato. «Io non riuscivo ad ammettere quello che avevo vissuto. Non riuscivo a comprendere che ero stata “rotta” ed ero tutta da ricostruire. Piano piano con molta sofferenza ho fatto i primi passi verso me stessa». La prima difficoltà è stata appunto rendersi conto di quello che era accaduto. Una strada difficile per tutte. «C’è una mia amica che si trova nella situazione in cui mi trovavo io. Lei prende anche qualche schiaffo ma non ce la fa a lasciarlo. E io un po’ la capisco. Quando sei in una situazione come questa, sposata con un uomo che è socialmente ben inserito e che apparentemente è un ottimo marito e padre, non ti crede nessuno. Pensano che hai i grilli per la testa. Io stessa tante volte mi sono sentita dire: “La colpa è tua che lo hai lasciato fare. Adesso te lo tieni così”».

Non è facile spiegare una violenza psicologica. Non è facile parlarne. Il pregiudizio verso le donne è ancora intorno noi. Radicato nella mentalità di molti. Sono quasi tutti convinti che se non c’è un fatto evidente, le responsabilità sono delle donne che lasciano anziché tenere unite le famiglie. Francesca spiega quanto sia difficile anche proteggere i propri figli. «Quando il mio avvocato mi ha chiesto di denunciare mio marito perché mi aveva messo le cimici in auto, io non l’ho fatto perché ho avuto paura per i miei bambini. Ecco perché molto spesso si rinuncia alla propria vita».

Donne che non denunciano. Donne che continuano a subire umiliazioni e vessazioni per salvare una famiglia che non esiste. Per salvare sé stesse dagli sguardi di chi giudica, ma non comprende. Di chi non guarda oltre. Siamo ancora a questo punto nel 2021 in occidente. In un paese che vanta una democrazia spesso soffocata dalla stessa società che tanto la reclama.

Francesca oggi è libera. Sta ricostruendo sé stessa assieme con i suoi figli. Non ha più paura, ce l’ha fatta. Anche se, per anni, il suo primo amore l’aveva convinta che da sola non avrebbe potuto fare nulla. Francesca ce l’ha fatta e lancia un appello a tutte le donne che credono di non farcela: «Buttate giù il muro del silenzio e mostrate il vostro dolore. Solo così ritroverete voi stesse e la vostra vita. E fatelo nella realtà. In una caserma o in una questura. Fatelo in un centro antiviolenza. Fatelo guardando negli occhi chi vi ascolta».

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