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Circa 222mila lavoratori non in regola e un danno per l’economia che sfiora i 5 miliardi di euro. Sono i numeri del «lavoro nero» in Puglia secondo un report elaborato dalla Cgia di Mestre e la pandemia Covid potrebbe persino aver accentuato questo fenomeno. Lavoro nero, caporalato e sfruttamento sono le facce di una stessa medaglia che finiscono per falsare la concorrenza e creare metastasi nel sistema economico. Con la pandemia il caporalato e gli irregolari sono in aumento, segnala l’Ufficio studi della Cgia, in Italia si calcola che siano oltre 3,2 milioni i lavoratori irregolari ma è al Sud che il problema è più diffuso.

E’ chiaro che a rimetterci non sono solo le casse dell’erario e dell’Inps, ma anche le tante attività produttive e di servizi, le imprese artigianali e quelle commerciali che subiscono la concorrenza sleale di chi bara. I lavoratori in nero, infatti, non essendo sottoposti ai contributi previdenziali, a quelli assicurativi e a quelli fiscali consentono alle imprese dove prestano servizio di beneficiare di un costo del lavoro molto inferiore e, conseguentemente, di praticare un prezzo finale del prodotto/servizio molto contenuto.

In Puglia il tasso di irregolarità sarebbe pari al 16,1%, sopra la media nazionale del 12,8%; fanno peggio solamente Calabria (22%), Campania (19,3%) e Sicilia (18,7%). Un altro studio, elaborato dall’Istat, ha messo in evidenzia come i guadagni non dichiarati, il lavoro nero e le attività illegale della mafia, rappresentino in Puglia il 19,1% del valore aggiunto totale. Una ricchezza nascosta che, ovviamente, danneggia l’economia legale e reale.

Percentuale che pone la Puglia al quarto posto dopo, nell’ordine, Calabria (21,3%), Campania (19,8%) e Sicilia (19,3%), e sopra la media italiana (13,1%) e quella del Mezzogiorno (18,8%). Nel 2018, ultimo anno per cui sono disponibili i dati, l’economia non osservata, cioè la somma della componente sommersa e di quella illegale, rappresenta in Puglia il 19,1% del valore aggiunto totale: le componenti più rilevanti in termini di peso sono la rivalutazione della sotto-dichiarazione dei risultati economici delle imprese (8,9%), l’impiego di lavoro irregolare (7,1%) e l’attività illegale (3,1%). Quest’ultima componente potrebbe apparire bassa, ma in realtà è quasi alla pari di altre Regioni del Sud con forte presenza criminale: in Campania, ad esempio, incide per il 3,3%, in Calabria per il 3,6% e in Sicilia 3,8%.

Il valore aggiunto in economia è la misura dell’incremento di valore che si verifica nell’ambito della produzione e distribuzione di beni e servizi finali. «L’incidenza dell’economia non osservata – si legge nel documento – è molto alta nel Mezzogiorno, dove rappresenta il 18,8% del complesso del valore aggiunto, seguita dal Centro (13,8%).Le quote registrate nel Nord-ovest e nel Nord-est, pari rispettivamente a 10,3% e 10,94% risultano molto più contenute a al di sotto della media nazionale. La rivalutazione da sotto-dichiarazione ha il valore più elevato nel Mezzogiorno
(pari all’8% del valore aggiunto) mentre nel Nord-ovest registra il livello più contenuto (4,7%)».

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