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Le celebrazioni al teatro Norba di Conversano

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CONVERSANO (BARI) – Ci sono poche centinaia di metri fra il teatro di Conversano e la strada che collega la cittadina a Rutigliano. In mezzo, campagne che raccontano la storia di questa terra che ancora oggi deve al lavoro dei contadini una delle voci più importanti della sua economia. E proprio gli uomini che lavorano i campi sono stati protagonisti del racconto della vita di Giuseppe Di Vagno, il primo parlamentare ucciso dai fascisti nel 1921, il “gigante buono” della politica del Ventennio che portò i diritti dei braccianti laddove fino a quel momento non erano mai arrivati: in Parlamento.

Lo fece per poco più di quattro mesi prima di essere colpito, durante un comizio a Mola, il 25 settembre. Per quella morte, la giustizia non rispose con alcuna condanna. Il gruppo di squadristi che lo colpì con alcuni colpi alla schiena fu individuato, così come il loro ispiratore, il deputato di Cerignola Peppino Caradonna.

Il processo senza prove e grazie all’amnistia voluta da Mussolini per i crimini in favore dello stato fascista, non ebbe quindi alcun seguito. Un nuovo processo, nel 1947 dopo la caduta del fascismo, riconobbe la colpevolezza di chi sparò ma il solo reato di omicidio preterintenzionale aprì davanti a loro l’opportunità dell’amnistia Togliatti e gli evitò il carcere.

Ieri nella cerimonia che ha visto la presenza autorevole del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il ricordo del socialista che pagò con la vita il suo impegno è stato richiamato in tutti gli interventi con la forza dei principi più attuali che mai e la necessità sociale di trasformarli in eredità concreta, operativa soprattutto per i ragazzi.

Dalla platea, il Capo dello Stato e con lui al viceministro Teresa Bellanova, hanno ascoltato con attenzione il racconto delle fasi salienti della vita del deputato e lo hanno fatto nella città in cui hanno era nato come ha ricordato il sindaco, Giuseppe Lovaglio: «La famiglia Di Vagno oggi deve sentirsi a casa – ha detto – e portare con sé il ricordo non solo del martire ma anche di un figlio».

Ha citato i ricordi di Tommaso Fiore e Giuseppe Di Vittorio, il sindaco metropolitano Antonio Decaro: «Un anno prima della marcia su Roma, proprio qui – ha ricordato – si palesò l’uso della violenza come mezzo di lotta politica fino all’eliminazione fisica dell’avversario. Giuseppe Di Vagno – ha proseguito ricordando l’impegno del parlamentare – aveva scelto di vivere per le sue idee. In quella lezione di 100 anni fa è scritto il nostro futuro di libertà».

Le campagne diventate, a quell’epoca, unico mezzo di sostentamento parlano della stessa fatica anche oggi in una fase della storia che chiede di continuare a rimboccarsi le maniche come accade dopo il primo Grande conflitto e di ricostruire luoghi e coscienze. «Seguendo l’esempio di Giuseppe Di Vagno – ha aggiunto il presidente della regione Michele Emiliano in un intervento basato totalmente sui valori dell’antifascismo – la nostra comunità si batte ogni giorno per realizzare la grande visione democratica della Costituzione.

La resistenza al nazifascismo consentì a Di Vagno di intuire che la strada intrapresa dal Paese avrebbe portato a catastrofiche conseguenze. Persino gli eventi che ne determinarono la morte – ha ricordato ancora – furono per lui una doverosa e consapevole pratica politica fondata sulla libera manifestazione del pensiero».

Nel teatro Norba, riempito ieri da poco più di un centinaio di persone, hanno trovato posto non solo i nomi ma anche i luoghi della lotta al fascismo, descritto dalla Regione in un volume donato al Capo dello Stato perchè una parte di storia che percorse tutta l’Italia, è illustrata in un itinerario che la storia onora ancora oggi. Anche per questo la presenza di Sergio Mattarella, ieri, ha portato con se’ il peso delle istituzioni e della militanza politica mossa solo dalla forza della democrazia. In una fase in cui la pandemia ha trasformato la vita di tutto il pianeta, l’Italia è chiamata a non indebolire il ricordo e la memoria che possono diventare materiale per ricostruire coscienze e comunità e che, in molti passaggi, hanno richiamato il clima degli anni vissuti da Di Vagno, segnati dall’impegno per il cambiamento e la libertà.

La cerimonia che ha ricordato i 100 anni dal vile agguato all’onorevole Di Vagno, è diventata così una occasione non solo per rivalutare figure che hanno portato con se’ l’esempio reale di quanto una idea si possa trasformare in scelta di vita e di sacrificio (Da Matteotti a Giovanni Amendola fino a don Minzoni) ma anche per coinvolgere i ragazzi in un compito fondamentale, legato al valore delle istituzioni e dell’impegno civile, come hanno fatto i componenti del consiglio comunale dei ragazzi che ieri, al termine della cerimonia, hanno incontrato il Capo dello Stato.

«Il nostro obiettivo – ha confermato nel suo intervento Franco Gallo, presidente del Comitato Nazionale del Centenario – è inquadrare il martirio di Giuseppe Di Vagno e richiamare l’attenzione dei giovani verso concetti come la civiltà e la libertà. Vogliamo raccontare questa cruenta vicenda e i suoi esiti alle scuole e nelle università che non conoscono lo squadrismo».

Quella morte fu «La macchia che 100 anni fa sporcò questa terra – ha sottolineato Gianvito Mastroleo, presidente della Fondazione Di Vagno che ha promosso una lunga serie di iniziative in tutta la regione in occasione di questa celebrazione, ricordando che «L’antifascismo è necessario sempre. L’assuefazione – ha aggiunto nel suo intervento – induce alla sconfitta».

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