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Lo stabilimento ex Ilva di Taranto ora Acciaierie d’Italia

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«Sono sorpreso più della sorpresa dei parlamentari. Capisco che il decreto Milleproproghe è complesso e confusionario, ma prima lo votano e poi dicono che non si sarebbe dovuto fare». Giuseppe Romano, segretario Fiom Cgil di Taranto, critica le reazioni dei politici sull’articolo 21 del decreto legge che il governo si appresta a presentare alle Camere per la conversione in legge.

Quattro commi che richiamano precedenti provvedimenti sul sito dell’acciaieria ex Ilva, che ne cambiano il significato attraverso la sostituzione di formule come «per l’attuazione e la realizzazione degli interventi e progetti di cui all’articolo 3, comma 1, del suddetto decreto-legge numero 1 del 2015». Formule sufficienti a spostare risorse sequestrate dal tribunale di Milano alla famiglia Riva (1 miliardo e 100 milioni circa), ex proprietaria del siderurgico, e destinate alle bonifiche, ma non spese per ritardi, alla produzione dell’acciaieria e al processo della cosiddetta decarbonizzazione.

«È un’azione di aiuto – aggiunge Romano – che Franco Bernabé, presidente di Acciaierie d’Italia, e l’amministratrice delegata di ArcelorMittal, Lucia Morselli, hanno voluto per mettere in sicurezza i conti dell’azienda e rassicurare le banche, visto che per i soldi del Piano nazionale di ripresa e resilienza i tempi sono molto lunghi. Bernabè del resto lo aveva dichiarato prima di Natale che si stava lavorando per sistemare la parte finanziaria, evidentemente aveva già stretto l’accordo col Governo che, non sapendo bene cosa fare, in questo modo prende tempo e rassicura le banche».

Un’intesa che potrebbe toccare anche la Valutazione di danno sanitario per arrivare al dissequestro degli impianti. Intanto la somma di 575 milioni di euro, sottolineano in tanti, è di fatto sottratta ai progetti di bonifica all’interno del perimetro di pertinenza dell’Amministrazione straordinaria dell’azienda e a interventi complessi su siti inquinati dai fanghi del siderurgico, come la gravina Leucaspide della vicina Statte, ma che siccome non è stata ancora spesa è dislocata sulla produzione e, in teoria, sui progetti di riconversione della stessa.

«Non è la prima volta che accade – sottolinea in un comunicato il sindacato – è successo anche per la copertura dei parchi minerali». Tra chi si professa sorpreso c’è il segretario Pd regionale, nonché parlamentare, Marco Lacarra.
«Sebbene condividiamo tutti l’obiettivo della decarbonizzazione – spiega – non possiamo accettare che questo processo sia avviato a scapito delle modifiche di ambientalizzazione da portare avanti a Taranto. Il governo dia spiegazioni quanto prima.

Su Taranto e gli stabilimenti è urgente investire, non fare il gioco delle tre carteZ. Una decisione che di fatto mette in imbarazzo gli esponenti del Pd, organico al governo. Lo si legge anche dalla presa di posizione di un altro parlamentare Dem pugliese, l’ex ministro per gli Affari regionali, Francesco Boccia.

«La norma non è né accettabile – sottolinea – né giustificabile. Voglio sperare che si sia trattato di un equivoco nel governo e si faccia immediata chiarezza attraverso un chiarimento del Ministero dello Sviluppo Economico. Le bonifiche sono in ritardo a causa dell’incapacità dei diversi protagonisti che rispondono al governo, ma i ritardi non giustificano un’azione di questo tipo. Non vorremmo – conclude Boccia – che la norma fosse un tentativo di recuperare risorse rispetto al ritardo sull’adempimento contrattuale per l’accordo transattivo con Mittal».

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