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CARO direttore,

avverto l’esigenza di inviare una lettera aperta dal sapore natalizio alla Confindustria lucana.

De secoli la Confindustria di Somma è immersa nel letarg , diserta i grandi appuntamenti e ignora la crisi strutturale dell’impresa lucana, specie, quella edile.

Se il futuro , come sosteneva Benedetto Croce , è lo specchio del presente non possiamo che essere amareggiati, delusi e  sconfortati.

Da secoli, dopo le accorate campagne di stampa dei giorni scorsi  non si riparla più di royalties delle acque e delle acque minerali, in primis.

Tutto tace sul versante dei veleni di Tito, Pisticci e Pertusillo, sulla diossina  di  Fenice e Pittini ex SiderPotenza e Ferriera.

Nonostante queste patogene e mai risolte problematiche qualcuno ancora ci addita come esempio da imitare in uno scenario meridionale incupito da umilianti disagi e da disoccupazioni giovanili strutturali.

Il modello lucano ancora vince. Anche i coreani del sud vorrebbero investire sul nostro enogastronomico.

La riscoperta della Basilicata da parte degli inglesi, dal Financial Times al Guardian , ci gonfia di orgoglio, caro Somma.

“La Bellezza della Basilicata è stata troppo a lungo il segreto degli Italiani”. E’ una bella frase riportata dall’Indipendent , altra prestigiosa testata giornalistica inglese, nel lontano 2003.

Le classifiche del Sole 24 ore  con un pò di ambiguità e qualche seria contraddizione, prima ci bacchettano facendoci scivolare agli ultimi posti  e poi ci consacrano come l’Emilia Romagna del Sud.

Un pò di sano pragmatismo ci riporta al nostro realismo quotidiano.

In primis le povertà denunciate dalla Caritas in questi giorni sia  su Rai 3 che sul  Quotidiano. Aumentano a dismisura le famiglie che chiedono sussidi e alimenti di prima necessità.

I problemi da affrontare sono tanti, si addensano nubi sempre più cupe e sempre più ambigue  alla  Fiat Sata con il suo nuovo piano industriale.Sono sempre troppi le  migliaia di  lavororatori interessati a casse integrazioni.

Non vogliamo augurarci presidi, scioperi e turbolenze di ulteriori lavoratori licenziati

Oggi , caro Somma, con la crisi dell’edilizia  e la perdita di  migliaia di posti  nel settore ci avviamo alla più grande crisi economica degli ultimi decenni.

Siamo ancora alla ricerca, dopo quarant’anni di ambiguo sviluppo industriale, di un vero e concreto modello, tutto lucano,  improntato alla vera e duratura occupazione.

Un’imprenditoria che non ha mai puntato sulla ricerca. Un’imprenditoria sempre  “garantita” e mai competitiva  è sempre dietro l’angolo, nonostante,  gli impegni dei politici ,vocati al bene comune e alla presenza fattiva sul territorio.

Le oltre  diecimila unità che ci hanno lasciato in questi ultimi   anni sono il frutto dei mancati risultati del petrolio, dell’acqua, dell’ambiente, della green economy , del gas, della scuola, dell’ambiguo sviluppo industriale e del terziario privato, ormai ,definitivamente, in coma.L’esempio più eclatante in questo senso è dato dai nuovi poli del petrolio,  caratterizzati da: affarismo di natura familiare, sudditanza psicologica e materiale; mancate joint ventures; deserto imprenditoriale lucano.

Il Presidente della Confindustria lucana  Somma deve meditare su tutto ciò. La mancanza di adeguate infrastrutture, le grandi incompiute, hanno fornito nel passato gli alibi agli industriali del Nord , lautamente finanziati dalle legge 219, al mancato reinvestimento delle produzioni dopo le  grandi “abbuffate” post sisma. Se la Confindustria  lucana  fosse intervenuta  adeguatamente e avesse avuto, almeno, un pò di coraggio in più, non ci sarebbe stato questo disastro e non avremmo avuto tante aree, ignobilmente dismesse.

Fatta questa amara constatazione  ci accorgiamo  sempre più che l’industrializzazione e i tanti fatti produttivi, non ultima la questione energetica,  in Basilicata,  non si è mai tramutata in qualcosa di veramente lucano.

La prova provata di tutto ciò è l’assoluta mancanza di imprese lucane nell’indotto Fiat Sata di Melfi e nei siti petroliferi, ad eccezione delle società delle mogli e dei figli d’arte (società “condite” pure  da un robusto contributo di 450mlia euro di Sviluppo Basilicata… sic!).

In queste condizioni l’industria del Nord e  la Fondazioni Mattei varie   che si insediano  in Basilicata avranno vita facile .

Forse avremo qualche spot pubblicitario (vedi Fonti minerali del Vulture e  Amaro Lucano) in più, ma,  la sensazione è sempre la stessa (identica a quaranta anni fa). L’industria del Nord, caro Somma, gode di due importanti tasselli: il primo è dato dalla consapevolezza che la stessa  si è  insediata in una isola felice , senza vincoli di sorta; il secondo è dato dal forte potere contrattuale derivato dall’ambito “posto di lavoro”.

Con questi presupposti è difficile sperare in uno sviluppo autopropulsivo e in un modello lucano da esportare.  E’ difficile immaginare uno sviluppo  lucano senza salvaguardare la nostra dignità, le nostre identità, e i nostri saperi.

Non si possono tollerare centinaia di  assunzioni nei siti Eni della Val d’Agri, fuori, dall’ambito regionale.

Abbiamo tecnici e professionalità pronti a subentrare alle tante maestranze  specializzate del Nord.

Le nostre Facoltà di Ingegneria scoppiano di laureati.

Con la crisi dell’Università lucana   è difficile immaginare un ruolo da protagonista della stessa nello scenario dello sviluppo industriale lucano.

E’ difficile in questo deserto imprenditoriale, caro Somma, ipotizzare quel    modello lucano, tanto ammirato  e tanto decantato dal “Sole 24 ore” .

Ieri  con il massimo coinvolgimento delle strutture produttive e, soprattutto, nella conferma di una attenzione particolare rivolta dalla programmazione regionale  alle imprese minori, si sono potuti approntare efficaci strumenti di sostegno economico  con risultati davvero interessanti.

Oggi ,forse, è del tutto scemata l’attenzione della Regione verso l’impresa minore.

Non vi sono più strumenti validati e riconosciuti sul campo, grazie anche all’assenza della Confindustria lucana, caro Somma, che producono la vera e concreta occupazione.

Siamo nel pianeta dell’occupabilità (con le disarmanti ripercussioni di sempre) e i risultati sono desolanti, sconfortanti e scoraggianti.

Basterebbe citare un concreto esempio: per un corso di F.P. di secondo livello rivolto a 15  figure specialistiche, non finalizzato e senza alcuna prospettiva di natura professionale e occupazionale, qualche tempo fa  si sono presentati 118 laureati in Ingegneria.

E’ un  dato che non ha bisogno di ulteriori commenti. E’ un dato che dovrebbe far riflettere i tanti goffi  politici vocati al bene comune,  le istituzioni, l’Unibas, il  Sole 24 Ore e, soprattutto,   la nostra “anoressica” e assente  Confindustria lucana.  

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