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VIBO VALENTIA – “Divide et impera”. Più che un motto, una necessità, anzi un vero e proprio ordine. Quello del clan Mancuso di Limbadi. Dividere i gruppi criminali mettendoli in guerra tra di loro, sostenere quelli alleati a scapito degli altri che rappresentano una minaccia, o comunque un ostacolo. Quindi impera, cioè domina su tutti.

La logica della consorteria “madre” del Vibonese per dominare il territorio e spazzare via i rivali risiede tutta in questa frase dall’origine incerta e attribuita a Filippo il Macedone. E chi meglio di Rodolfo Ruperti, per sette anni dirigente della Squadra Mobile di Vibo e adesso capo della Mobile di Catanzaro e componente dello Sezione criminalità organizzata, può spiegarla? Il dirigente, colui il quale per la prima volta condusse a sintesi un’inchiesta contro il sodalizio di Limbadi (era il 2003 con l’operazione “Dinasty”, ne parla proprio nel corso della conferenza stampa. I Mancuso, che dalle carte dell’inchiesta “Dietro le Quinte” – ramo investigativo successivo a “Gringia” contro il clan dei Patania – avrebbero supportato con le armi il gruppo di Stefanaconi, hanno da sempre attuato un metodo che ha consentito loro di affermarsi sul territorio, non solo vibonese.

Bisognava colpire i piscopisani che facevano parte di quei gruppi criminali insofferenti all’egemonia di Limbadi e che, proprio per questo, avevano avviato rapporti con le consorterie della Jonica Reggina. In che modo? Armando i Patania, con i quali c’era una “amicizia” di vecchia data, indicando i killer da assoldare e dando direttive su come agire e chi colpire. Questa, dunque, la strategia messa in atto, secondo le risultanze investigative, dall’ala militare dei Mancuso individuata in Pantalone alias “Scarpuni”, in linea, quindi, con quelli che erano i dettami della famiglia e che in un’intercettazione di “Dinasty” erano emersi per bocca del boss Diego: “Nessun Mancuso deve morire, se proprio dobbiamo – era il periodo in cui la cosca era divisa in tre articolazioni e rischiava di indebolirsi al suo interno – allora colpiamo i soldati”. Ruperti ricorda quelle frasi, così come ricorda un aneddoto raccontato in conferenza stampa quando, giovane poliziotto, fermò, una sera del 1995, proprio Diego Mancuso all’uscita dell’abitazione di Fortunato Patania, a Stefanaconi, “a testimonianza dei rapporti che vi erano tra questi due sodalizi” e, pertanto, a sostegno delle tesi investigative.

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