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Tempo di lettura 5 Minuti

di ALDO CRISTIANO
La lettura del libro molto interessante di Vittorino Andreoli “Il denaro in testa” mi induce a riflettere sulla nostra condizione attuale. Andreoli fotografa perfettamente le problematiche esistenziali odierne, che mi riportano, forse in antitesi a quanto lui stesso scrive, alla attualità del pensiero di Herbert Marcuse, in relazione alla necessità della formazione di una coscienza anti-coscienza nella società del capitalismo avanzato. Vittorino Andreoli, da buon medico sottolinea perfettamente le nostre tensioni esistenziali nel clima presente della politica italiana, sia nel loro formarsi, sia negli effetti che essi producono nella vita quotidiana di ognuno di noi, sia sulle scelte che noi compiamo. Andreoli nella sua spaziosità professionale, descrive bene il meccanismo dello sviluppo della paura “che nella specie umana serve a fare percepire un pericolo e dunque a mettere in moto azioni di difesa”. La eccessiva paura del nostro futuro economico, della sufficienza dei nostri mezzi di sopravvivenza genera, ora, un grande attaccamento al denaro, il cui pensiero non solo occupa in maniera eccessiva le nostre menti, ma altera i rapporti sociali determinando, irrefrenabilmente, una inalienabile riduzione delle dimensioni metafisiche dell’uomo ad una sorta di uni-dimensionalità sociale. Un tempo, Andreoli sottolinea, le famiglie si consideravano ricche in base ai beni posseduti, alla cultura e all’impegno sociale. Dentro la povertà, intesa come mancanza di denaro, si potevano inserire molte forme di ricchezza. Egli ricorda come ad esempio Tolstoj era un grande proprietario terriero, ma si occupava delle condizioni di vita dei suoi contadini; Kierkegaard era ricchissimo, ma nessuno, meglio di lui, ha raccontato la difficoltà di vivere, il dolore dei suoi sentimenti e la solitudine, in “Timore e Tremore” o in “Malattia Mortale”. Ora, invece, l’uomo finisce “per essere definito in base alla quantità di denaro di cui dispone”. Quindi la povertà assume l’idea ridotta di “mancanza di denaro”; come pure l’idea di ricchezza assume l’idea ridotta del “niente ricoperto di carta moneta”. Questa condizione, come potremmo dire quella di “un uomo ad una sola dimensione”, appare drammatica soprattutto per gli effetti che produce nella nostra coscienza e nella concezione della vita. Ci attrezza di scarsa virtualità di distinzione del bene e del male, nella politica come nella vita quotidiana, rendendoci incapaci di capire se la ricchezza o la povertà siano il prodotto di doti o difetti personali, oppure siano il risultato di semplici accadimenti. In altri termini povertà e ricchezza sono diventate l’unica identità dell’uomo. Da qui nasce la seduzione ancestrale del superuomo di Nietzsche per cui il superuomo, ben dotato di mezzi e di denaro, diventa il protagonista della storia e della politica che, come ora in Italia accade con il “Berlusconismo”, ha in sé una forza creatrice che gli permette di operare la traslazione dei valori e di sostituire ai vecchi doveri e comportamenti la propria volontà. Drammaticamente si genera la forma del pensiero che sviluppa, in se stesso, un assoluto criterio di giudizio e di libertà e che genera una classe politica ben definibile come teatrocrazia, in una scena perenne della politica che mette in campo il pensiero unico elaborato dal capo di governo. Andreoli riprende il concetto del superuomo di Nietzsche, della sua attualità nella vita politica italiana: “E’ il concetto della doppia morale, o meglio della morale come doppia disciplina che riguarda l’ordinario, mentre il superuomo ne è al di sopra, nessuno gliela potrà imporre. Le personalità agiscono sempre al limite o fuori delle leggi. Si comportano come se non esistessero, le aggirano, nascondono azioni illegali dietro un’apparenza di legalità. Per questo si servono di professionisti da circo, abili a camminare su un filo sospeso nel vuoto, avvocati azzeccagarbugli capaci di ostacolare anche le indagini d’ufficio, attivate dalla semplice conoscenza del reato. Andreoli mette in evidenza che l’uso dei mezzi di comunicazione di massa, come può accadere quando essi sono nella disponibilità del capo del governo, può essere articolato e strategicamente elaborato ad esempio quando si diffonde ad arte una attesa allarmante, per poi fornire (come ora nel caso dei migranti) subito una rassicurazione: il salto tra immaginazione e realtà ha un effetto quasi miracoloso e strumentale per l’acquisizione del consenso. Si può perciò dire che in politica l’uso dei mass media può disturbare le relazioni tra gli uomini e la vita della società, nonché le scelte della democrazia. La dissolvenza delle regole e la inosservanza di esse sembra consolidare il principio che nulla può porsi come ineluttabile, nemmeno le regole della morale e dell’etica, in una società informe e senza consistenza, magmatica, dove si parla solo di flessibilità e adattabilità. Mentre anche grandi pensatori attuali oggi affermano che la democrazia non può esistere senza regole e tanto vale anche nella vita dei partiti della sinistra. Assolutamente condivisibile è il pensiero che “la economia non contiene principi etici, essa non è morale e non può essere considerata un modello in una società composta da molti cittadini e non da una èlite”. La difesa e la condivisione del primato dell’etica serve certamente alla affermazione di una società più giusta in cui si consolidi il primato della ragione e non posizioni fideistiche su cui il satrapo di turno può impunemente speculare. Nel mondo del denaro si afferma il destino della catastrofe, mentre le utopie assumono grande valore. Mi piace chiudere queste mie riflessioni riportando: “ La società del denaro non coglie la bellezza del mondo e neanche il suo affanno, riduce l’uomo ad un salvadanaio che si può rompere facilmente, lasciando solo dei cocci. L’uomo non merita di diventare un contenitore di monete. Questa è la follia, oggi, talmente diffusa da sembrare normale”.

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