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di PIETRO MANCINI
Correva l’anno 1998 e, grazie ad Arturo Parisi, che sbagliò il conteggio dei deputati favorevoli al governo ulivista, all’arcigno “niet” di Fausto Bertinotti e ai “quattro gattoni” di Cossiga – che non sopportava il Professore e convinse Mastella al primo dei non pochi “ribaltoni” dello statista di Ceppaloni – l’esecutivo di Romano Prodi cadde. E a Palazzo Chigi si insiediò il primo, il più intelligente, scaltro e ambizioso dei dirigenti provenienti dal Pci di Togliatti e Berlinguer. E con Massimo D’Alema andarono a lavorare i “Lothar”, tutti rasati a zero, così definiti in omaggio al personaggio di Mandrake, che aveva la testa lucida come una palla di biliardo. Alcuni erano dirigemti politici – come Marco Minniti, reggino, mai eletto nella sua città, da quando, nel 1994, Occhetto gli preferì il sociologo giustizialista Pino Arlacchi – altri collaboratori, come Gianni Cuperlo e Nicola Latorre che, grazie allo staff di “Baffino”, entrarono in Parlamento. Tutti i Lothar erano oggetto di amore (poco) e di disamore (tanto). Poco amati dalla base, invidiati dai dirigenti, oggetto degli strali degli “opinion leader” progressisti. In una storica assemblea dei girotondi di Nanni Moretti, nel quartiere romano Testaccio, Marco Travaglio proclamò: «C’è gente che è entrata a Palazzo Chigi con le pezze al culo e ne è uscita miliardaria». Il soggetto nominale non era precisato, ma si risentirono almeno in due: D’Alema annunciò querela (ma non andò a fondo) e Velardi (che la fece davvero). Nulla di fatto, ovviamente. Anche perché, poco dopo, Fabrizio Rondolino, che di Massimo fu il portavoce, disinnescò qualunque possibile causa con una candida auto-certificazione: «Per me – dichiarò a Claudio Sabelli Fioretti – è cominciata una vita nuova. Una benedizione. Come consulente di Palazzo Chigi, guadagnavo 70 milioni lordi l’anno. Adesso denuncio 300 milioni l’anno, sono famoso, il mio narcisismo è soddisfatto». Da parte sua, l’autorevole professor Guido Rossi, già presidente della Consob e in passato senatore della Sinistra indipendente, sostenne che «con D’Alema premier, a Palazzo Chigi, opera l’unica merchant-bank che non parla inglese», sulla scia delle polemiche, provocate dal sostegno del premier all’industriale mantovano, Colaninno, impegnato nella scalata di Telecom. Anche gli altri Lothar presero strade diverse: Claudio Velardi, napoletano geniale, è stato assessore al Turismo, in Campania, nell’ultima fase del governo Bassolino. In queste settimane, la sua società di pubbliche relazioni sta curando l’immagine del candidato del Pdl a sindaco di Napoli, l’industriale Gianni Lettieri. Latorre, mominato da Max senatore pugliese, è il vicepresidente del gruppo Pd a Palazzo Madama, mentre il triestino Cuperlo è deputato. E Rondolino, dopo aver scritto discussi libri sull’erotismo e collaborato al “Grande Fratello” di Mediaset, è adesso editorialista del “Giornale”, di proprietà di Paolo Berlusconi. Il quotidiano milanese è diretto da Sandro Sallusti, il quale, qualche mese fa, fu apostrofato, con durezza, proprio da D’Alema («Lei è un mascalzone! Vada a farsi fottere!») nello studio televisivo di “Ballarò”. D’Alema, oggi, è presidente del Copasir, il comitato parlamentare di sicurezza sui servizi, che era stato “scippato” da Francesco Rutelli al prodiano Arturo Parisi e a cui aspirava anche Minniti. Da parte sua, il deputato calabrese, nell’ultimo congresso del Pd, ha lasciato Massimo, si è imbarcato con il suo grande nemico, Veltroni, e ha sostenuto Dario Franceschini alla segreteria. Per un leader, D’Alema, che è stato titolare della Farnesina, candidato alla presidenza di Montecitorio, della Repubblica, al ministero degli Esteri europeo (senza mai arrivarci), competere con un suo ex Lothar, forse, è una certificazione malinconica del declino politico. Ma, raccontandovi le alterne vicende dei Lothar, ex (?), dalemiani, non abbiamo voluto moraleggiare sul trasformismo dei voltagabbana del Parlamento e delle assemblee elettive, sugli stakanovisti dei cambi di casacca, come quelli di Napoli (nell’ultimo Consiglio, con la Jervolino sindaca, 11 hanno cambiato gruppo 3 volte, 3 quattro volte, 4 cinque), sulle conversioni repentine, mai spiegate politicamente. Insomma, sui casi analoghi a quello del ferocemente stroncato Domenico Scilipoti che, nominato deputato da Tonino Di Pietro, si trova oggi nel gruppo pro-Cavaliere dei “Responsabili”, guidati dal siciliano Romano, ieri “peone” dell’Udc di “Pier Furby” Casini e adesso ministro di Berlusconi. Intendiamo sottolineare il fatto che, 12 anni fa, Rondolino e Velardi sentenziavano che «il partito, inteso come ceto politico, è un cane morto. Il suo stato – aggiungevano gli abili e tutt’altro che antipatici Fabrizio e Claudio – è, sotto ogni punto di vista, desolante. Il gruppo dirigente nazionale è, in buona parte, formato da inetti, i gruppi dirigenti locali sono del tutto al di sotto della funzione». Oggi, Fabrizio Rondolino, sempre in cattedra, ma dal versante opposto, spiega, novello Gino Bartali, ai suoi ex compagni nei Ds, dirigenti attuali del Pd, che, nella loro strategia anti-berlusconiana, hanno sbagliato tutto. E, pontificando sulle colonne dei “Giornale” della famiglia Berlusconi, aggiunge che il Cavaliere – che nel 2000, vincendo le elezioni regionali, pose fine alla breve fase di D’Alema capo del governo – non è affatto un Sultano malvagio. Ma, al contrario, uno statista abile e, soprattutto, molto generoso con gli ex comunisti, come Rondolino e Giulianone Ferrara, che hanno lasciato la sinistra. Secondo il nuovo collaboratore di Sallusti, ci sarebbe questa differenza fondamentale, nel teatrino politico: «la propaganda berlusconiana amplifica e traduce un messaggio politico e una visione del Paese, e persino un sogno – non importa quanto contraddittorio o smentiti dai fatti – che parlano a molti italiani. La propaganda antiberlusconiana, proprio per il suo essere esclusivamente «anti», non lascia dietro di sé altro che l’eccitazione della battaglia». Tesi discutibili, ma tutt’altro che strampalate. Ma il punto centrale è un altro. Come Luciano Violante, che oggi tuona contro la eccessiva politicizzazione della magistratura, dopo essere stato considerato negli anni ’90 il leader del “partito dei giudici”, anche i Lothar non dovrebbero, perlomeno, sforzarsi di motivare il cambiamento delle loro posizioni, prima di affibbiare, da sussiegosi “maitres à penser”, severe bacchettate ai compagni di ieri, avversari di oggi? La risposta la lasciamo ai lettori, ai quali affidiamo, per la chiusura di questo nostro commento, la scelta tra 2 possibili massime. “L’ultima cosa che mi peoccupi è essere coerente con me stesso” (Andrè Breton, nei “Passi Perduti”) oppure “Ci sono imbelicilli superficiali e imbecilli profondi” (Karl Kraus, in “Detti e contraddetti”).

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