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La storia del cosentino Libero Giancarlo Castiglia ripercorsa dopo anni di studio e di indagine

COSENZA – “Non importa che non sia il nostro popolo, noi dobbiamo difendere un’ideale di libertà, se nessuno ci prova le cose non cambieranno mai, nella vita bisogna fare una scelta”. A sentire la storia di Libero Giancarlo Castiglia, sembra di riascoltare le parole di Peppe Valarioti (“se non lo facciamo noi, chi deve farlo?”), insegnante e segretario del PCI di Rosarno, ucciso dalla ‘ndrangheta nel 1980. Se Valarioti, infatti, lottava contro i terribili clan della Piana di Gioia Tauro, Libero si è schierato al fianco del popolo brasiliano, che lo aveva “adottato”, per la difesa dei diritti umani e l’affermazione della sovranità popolare, contro la dittatura instauratasi in seguito al golpe militare del 1949, che rovesciò il governo di Joao Goulart e diede vita a una dittatura che durò circa vent’anni.

GUARDA IL VIDEO SULL’INIZIATIVA E SULLA STORIA DI “JOCA”

A ripercorrere la storia di questo combattente “calabro-brasiliano” è stato Alfredo Sprovieri, giornalista calabrese che ha presentato l’anteprima della sua inchiesta presso il Fair Cafè Otra Vez Acquario Bistrot di Cosenza. “Libero Giancarlo Castiglia è figlio dell’emigrazione italiana degli anni ’50 – ha raccontato Sprovieri – era espatriato dalla provincia di Cosenza in Brasile, insieme con la sua famiglia. Si stabilirono a Rio de Janeiro, dove lui studiò e iniziò a lavorare come metalmeccanico, per entrare poi alla redazione del giornale comunista Classe Operaia, alla quale si presentò portando il suo curriculum corredato da una foto di Palmiro Togliatti”.

Era un periodo molto critico in quel Paese e chi era comunista, come Libero doveva prestare particolare attenzione alla propria incolumità, perché considerato pericoloso e scomodo dal regime. “Libero e i suoi amici avevano creato un gruppo di avanguardia giovanile – ha aggiunto Sprovieri – poi lui si mise al comando di un distaccamento della guerriglia nella regione dell’Araguaia”. Si sentiva così vicino a quel popolo che andava a portare viveri alle comunità contadine dell’Amazzonia a bordo dell’imbarcazione “Joca”. Aneddoto che spiega l’origine del suo soprannome, il Joca appunto.

La vicenda di Libero, per il suo impegno a favore delle popolazioni oppresse del Sud America è stata paragonata a quella del comandante Che Guevara, “ma oggi ricorda anche la tragica morte di Giulio Regeni, il ricercatore friulano rapito, torturato e ucciso al Cairo, in Egitto” ha ricordato Sprovieri, “solo che nel caso di Castiglia alla famiglia non è stato ancora restituito il corpo e si attende tuttora verità e giustizia sui responsabili della sua uccisione”. Infatti, una volta tornati in Calabria, all’inizio degli anni ‘90, i parenti hanno ricevuto solo un certificato di morte di Libero, relativo al 1973.

“Ho iniziato a indagare su questa storia quattro anni fa – ha precisato Sprovieri – e mentre studiavo il caso un giorno è uscito un lancio di agenzia secondo cui un ministro brasiliano si era recato in Italia per recuperare tracce ematiche del DNA di Elena, la madre di Libero. In Brasile era stato ritrovato un cadavere che si ipotizzava potesse essere quello del giovane, ma ancora non si è arrivati alla soluzione del caso”.

Ospiti d’eccezione durante l’iniziativa, sono stati proprio i suoi familiari, tra cui il fratello Walter Castiglia con i figli. “Per quarant’anni anni siamo stati costretti a mantenere il silenzio su Libero, nella speranza che potesse tornare. Questa storia appartiene a tutti voi giovani – ha affermato rivolgendosi al pubblico in sala – A Rio facevamo spesso escursioni sul monte Dedo de Deus insieme a tanti ragazzi accomunati dal desiderio di liberare il proprio popolo. Ricordiamoci che noi siamo la Magna Grecia e dobbiamo insegnare a tutti i popoli del mondo la nostra storia. Proprio come ha fatto Libero”.

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