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POTENZA – La causa delle tasse non pagate sarebbe stata una «crisi di liquidità dovuta in maniera prevalente (se non assoluta) al ritardo nei pagamenti da parte dei soggetti istituzionali con cui la deitta ha in corso rapporti lavorativi».

E’ con questa motivazione che ieri mattina il collegio del Tribunale del Riesame ha annullato il sequestro di beni e conti correnti del patron della Ronda Piergiulio Petrone, assistito dall’avvocato Angela Pignatari, per poco meno di 3milioni e mezzo di euro.

Secondo il presidente Lucio Setola, e i giudici a latere Giulio Argenio e Luciana Nicolì, Petrone non avrebbe avuto intenzione di evadere il fisco. Piuttosto sarebbe stato impossibilitato a versare Iva e ritenute sugli stipendi dei dipendenti della sua azienda a causa di «una crisi economica a lui non imputabile e non diversamente superabile».

I giudici hanno evidenziato come dagli atti depositati dalla difesa sia emersa «la volontà» di andare incontro al fisco, rateizzando i pagamenti per rientrare del debito. D’altra parte hanno tenuto anche conto del fatto che «l’indagato ha provveduto al pagamento regolare degli stipendi ai dipendenti», e che «lo stesso risulta avere un patrimonio personale del tutto esiguo rispetto all’ammontare delle somme non versate, e che le uniche disponibilità di un certo rilievo consistono nei depositi bancari diconducibili alla ditta (per importi comunque inferiori ai debiti erariali)».

Da questo si può intuire che Petrone «non si è appropriato delle somme non versate, atteso che il patrimonio personale dello stesso risulta del tutto irrisorio e che non sono stati individuati depositi e/o nascondigli». Quindi «la situazione di crisi di liquidità risulta non addebitabile all’indagato, che a fronte della stessa ha preferito corrispondere le somme disponibili a favore dei propri dipendenti».

In altri termini i giudici parlano di un vero e proprio «stato di necessità» per cui il reato non sarebbe punibile, in mancanza del dolo, ossia dell’intenzione di commetterlo. 

«L’omesso versamento ha origine in difficoltà economiche dell’obbligato in quanto solo una tale condizione lo può indurre, prima, a dichiararsi in modo corretto debitore di quelle imposte, e poi – in assesna di qualsiasi manovra diretta a ingannare l’erario- non versarle, in una situazione in cui il contribuente/evasore è consapevole della certa attivazione a breve di una procedura di riscossione nei suoi confronti trattandosi di somme dovute sulla base di quanto dal medesimo certificato».

Nei giorni scorsi le notizie sul maxi-sequestro avevano messo in ansia gli oltre 330 vigilanti della Ronda più i 40 dipendenti di una società che offre servizi di portineria non armata, che da quando sono scattati i sigilli non hanno percepito lo stipendio e l’attesa quattordicesima mensilità.

Quella di Petrone infatti resta la più grande ditta lucana attiva nel settore della sicurezza e tra i suoi clienti può contare tutti i principali enti pubblici lucani: dalla Regione al Tribunale di Potenza.  

l.amato@luedi.it

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