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POTENZA – «Amore criminale è naturalmente uno slogan», un ossimoro che abbiamo imparato a orecchiare con la trasmissione televisiva dedicata alla denuncia di storie di violenza sulle donne. E che impariamo a praticare giorno dopo giorno incrociando racconti, sbirciando immagini e commenti su vicende in cui di amore non ce n’è neanche un po’. «È lineare: dove c’è amore non può esserci violenza. E viceversa». L’amore che uccide non ha senso.

Matilde D’Errico, venosina trapiantata a Roma dai tempi dell’università, della trasmissione di Rai Tre è autrice e regista. Oggi sarà a Potenza per presentare il suo libro (L’Amore criminale, Einaudi), una rielaborazione del percorso di ricerca e narrazione. In sette anni Amore criminale ha avuto il merito di fare divulgazione, e di mostrare con delicatezza, senza sminuirne la gravità, il dolore di quelle storie. Non tutte le donne sopravvivono per raccontarlo.

Com’è raccontare tutto questo male?
«Non c’è mai assuefazione, se ci fosse sarebbe la fine.»

Qual è il limite oltre cui non spingersi nel raccontare?
«Il rispetto della persona, quella è la linea da non superare. La domanda che ogni volta mi pongo da autore è: se fossi io la protagonista della vicenda, questa cosa mi provocherebbe dolore? In quel caso faccio un passo indietro. Con la mia squadra ci siamo dati criteri rigorosi, il che ci ha permesso di non aver mai avuto problemi con le famiglie delle vittime. Meglio raccontare una cosa in meno».

Come si abbina all’indagine anche la divulgazione?
«Amore criminale nasce con l’obiettivo della denuncia sociale. Non è una trasmissione pensata per fare cronaca nera, per questo è accompagnata da una forte campagna di sensibilizzazione. Io e la mia squadra affianchiamo al lavoro autoriale la presenza a dibattiti, appuntamenti; parliamo con tante donne che ci scrivono, siamo in costante collegamento con alcuni centri antiviolenza».

Perché avete intrapreso questa strada?
«Con l’altro autore, Maurizio Iannelli, abbiamo letto qualche anno fa un articolo che segnalava come gli omicidi in famiglia in Italia superassero quelli di criminalità organizzata. Abbiamo fatto alcune ricerche, contattando Viminale e forze dell’ordine, e abbiamo capito che le donne sono le vittime più numerose. E per le giovani donne l’omicidio per mano maschile è la principale causa di morte, più degli incidenti stradali, più delle malattie. Ci è sembrato talmente significativo come dato che abbiamo iniziato a lavorarci».

Ora il libro. Una tappa intermedia del percorso?
«Avevo l’esigenza personale di elaborare tutte le emozioni che mi portavo dentro. Né io, né gli altri della squadra siamo impermeabili. Ogni volta che mi approccio a queste storie assorbo tanto dolore, conosco chi quel dolore lo ha vissuto, entro nella vicenda imparando a memoria centinaia di pagine di atti processuali, rivivo le denunce. È una strada che non può lasciare indifferenti. Anche per questo il libro è scritto in prima persona. Non è solo una selezione di casi trattati in questi sette anni, ci sono dentro io».

Tra i casi di cui si è occupata la trasmissione, c’è quello di Anna Rosa Fontana, uccisa a coltellate a Matera nel 2010 dal suo ex compagno.
«Mi porto dietro uno sgomento enorme. Avevo conosciuto Anna Rosa prima che venisse uccisa, aveva deciso di raccontarci la sua storia. Qualche settimana dopo, era l’8 dicembre, ricevo un sms di una mia collaboratrice che aveva ascoltato la notizia dell’assissinio. Siamo rimasti sconvolti».

Ci sono vicende che l’hanno segnata di più?
«Difficile selezionare, ma so che questo lavoro nel tempo mi ha cambiata, anche in quello che potrebbe essere il mio sguardo sul maschile, nella percezione di aggressività degli altri, uomo o donna che sia. È come se avessi incorporato una lente per vedere meglio».

Ci sono casi peggiori di altri?
«Sono solo storie diverse, ma se c’è una cosa di cui sono orgogliosa è proprio il contributo dato da Amore Criminale nello sfatare alcuni luoghi comuni. Nord o Sud, poco cambia; così come non c’è più violenza tra classi sociali più deboli o meno istruite. Basta ricordare che due delle regioni in cui ci sono più donne uccise dalla violenza sono il Veneto e la Lombardia. Superando i confini nazionali, è la Svezia la nazione che detiene il triste primato, uno stato del Nord Europa, in pieno occidente moderno».

Quanto è difficile sradicare queste convinzioni?
«È che è molto rassicurante pensare e ripetersi che gli uomini violenti siano delle categorie sociali più semplici. Né è meno aggressiva la violenza psicologica che azzera le donne. Così come non è vero, nonostante la convinzione diffusa, che si tratti di uomini malati. La patologia è presente solo in una minima parte di casi. La violenza appartiene a uomini normali».

s.lorusso@luedi.it

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