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REGGIO CALABRIA – Nuova operazione, denominata “Sant’Anna” congiunta contro i clan della Piana di Gioia Tauro e di Rosarno. I carabinieri del Ros e del comando provinciale di Reggio Calabria, insieme ai finanzieri del Comando provinciale reggino, hanno, infatti, eseguito un fermo di indiziato di delitto emesso dalla Procura distrettuale antimafia nei confronti di otto persone, sette dai carabinieri del Ros e del Comando provinciale di Reggio Calabria e uno dal Goa dalla Guardia di finanza. Gli indagati sono ritenuti responsabili a vario titolo dei reati di associazione di tipo mafioso e porto e detenzione illegale di armi e munizioni, tutti aggravati dalle finalità mafiose. 

IL BOSS BELLOCCO CONSEGNA UN PIZZINO IN CARCERE: IL VIDEO
 Le indagini sono partite all’indomani della scarcerazione del boss Umberto Bellocco di 77 anni, dopo 21 anni di reclusione, e hanno portato alla luce gli interessi delle cosche Pesce e Bellocco di Rosarno nel campo del traffico di armi e stupefacenti. In particolare, lo stesso procuratore Cafiero De Raho ha rimarcato come sia «fuor di dubbio che Bellocco stesse riunendo attorno a se un gruppo di fedelissimi, tra i quali la sua compagna, per ridiscutere gli equilibri malavitosi, e non solo a Rosarno, ma anche nel resto della Piana di Gioia Tauro».

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IL RUOLO DI UMBERTO BELLOCCO. Infatti, secondo quanto appurato dagli inquirenti Umberto Bellocco, tornato in libertà nel mese di aprile scorso, aveva già iniziato, con la collaborazione dei più stretti sodali, a ripristinare le relazioni preesistenti con gli esponenti apicali delle altre cosche mafiose per riaffermare la propria leadership sul territorio. L’uomo non ha rinunciato a mostrare il tatuaggio che lo aveva reso famoso: un asso di bastoni impresso sulla fronte, come dire che il suo ruolo era «capobastone», cioè indiscusso leader. 
Un tentativo per il quale, ha aggiunto Cafiero de Raho, poteva «contare su un vecchio rapporto di complicità con il boss di Rizziconi, Teodoro Crea. Una figura di riconosciuto carisma criminale ancora in condizioni di potere e sapere aggregare anche le giovani leve della criminalità organizzata rosarnese». «A poco più di due mesi dalla scarcerazione – ha proseguito il magistrato – Bellocco si era rimesso in circuito, si muoveva armato, tranne che nel tragitto che da casa lo portava alla caserma dei carabinieri di Rosarno per i controlli quotidiani. E non aveva neppure nascosto la preoccupazione di un agguato ai suoi fedelissimi, temendo, appunto, di essere aggredito durante uno dei quotidiani controlli. Il provvedimento di fermo, richiesto al gip, è anche motivato come misura di prevenzione poiché i Bellocco, con la scarcerazione del loro boss, avevano avviato una febbrile attività per reperire armi di particolare potenzialità offensiva».
Gli investigatori hanno scoperto che il gruppo criminale aveva ampia disponibilità di armi e si era attivato per reperirne altre di maggiore potenza. Il primo segmento di indagine era partito per l’individuazione dell’allora latitante Giuseppe Pesce conosciuto come “Ciccio Testuni”, che si era sottratto all’individuazione nel processo All Inside nel maggio 2010. Dopo il fermo della moglie Ilenia Bellocco e del favoreggiatore Domenico Sibio, nel maggio 2013, Pesce si costituì alla Tenenza dei Carabinieri di Rosarno.

Inoltre, il nipote di Umberto Bellocco, Umberto Emanuele Oliveri, era stato designato dallo zio come reggente degli interessi della potente cosca di ‘ndrangheta nei traffici illeciti all’interno del porto di Gioia Tauro, il filone che lo riguarda è collegato al traffico di sostanze stupefacenti. 

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