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«NO all’economia dell’esclusione e dell’iniquità». Parole chiare e forti quelle dell’arcivescovo di Potenza, Agostino Superbo che ieri pomeriggio ha celebrato una Santa Messa insieme ai lavoratori senza reddito nei pressi del palazzo regionale. Un segno di vicinanza della Chiesa locale ai più deboli della comunità, ma anche un segnale e un richiamo deciso  verso chi governa la Regione.

Erano davvero in tanti sotto un sole caldo, i fedeli che hanno voluto esprimere la loro solidarietà a chi  ha perso il lavoro. C’erano sindacalisti, politici, lavoratori ma soprattuto le famiglie all’iniziativa promossa dall’Ufficio dei problemi sociali e del lavoro della diocesi, in collaborazione con il Mlac (Movimento lavoratori di Azione Cattolica) e la Parrocchia del Serpentone.

L’arcivescovo nella sua omelia, partendo dal vangelo, ha voluto ribadire l’orizzonte primario verso cui bisogna tendere. «Nelle parole di Gesù – ha detto – vediamo la sua vicinanza a chi è senza lavoro: per ben cinque volte nella stessa giornata il padrone esce a cercare operai per dar un lavoro, un salario, una dignità a loro ed alle loro famiglie.  Sono i disoccupati ed i precari oggi, i  nuovi poveri creati dalla globalizzazione priva di solidarietà, dall’economia dell’esclusione, come dice Papa Francesco». Vicinanza, giustizia sociale, lavoro dignitoso sono le coordinate ispirate dal Pontefice che bisogna farle “prossime” nella realtà locale.

Monsignor Superbo ha poi citato l’enciclica “Evangelii Gaudium” che al numero 53, definisce in maniera chiara il pensiero della Chiesa. «Non si può più tollerare il fatto che si getti il cibo, quando c’è gente che soffre la fame. Questo è inequità. Oggi tutto entra nel gioco della competitività e della legge del più forte, dove il potente mangia il più debole. Come conseguenza di questa situazione, grandi masse di popolazione si vedono escluse ed emarginate: senza lavoro, senza prospettive, senza vie di uscita. Si considera l’essere umano in se stesso come un bene di consumo, che si può usare e poi gettare. Abbiamo dato inizio alla cultura dello “scarto” che, addirittura, viene promossa. Non si tratta più semplicemente del fenomeno dello sfruttamento e dell’oppressione, ma di qualcosa di nuovo: con l’esclusione resta colpita, nella sua stessa radice, l’appartenenza alla società in cui si vive, dal momento che in essa non si sta nei bassifondi, nella periferia, o senza potere, bensì si sta fuori. Gli esclusi non sono “sfruttati” ma rifiuti, “avanzi».

Nella parabola dei “Lavoratori della vigna” – il vangelo letto ieri in tutte le chiese – monsignor Superbo ha trovato riferimenti, che se seguiti, davvero possono imprimere un’inversione di tendenza.

«Il Padrone ripete per cinque volte: “Andate a lavorare nella mia Vigna” il luogo in cui Dio ed i suoi figli sono alleati.  Il Regno di Dio è il luogo della Bontà di Dio in cui  Egli ci invita ad entrare. E’ il Regno dell’Amore, della Giustizia e della Pace». E avverte: «non mancano, però, gli invidiosi, gli scontenti, i mormoratori: anche loro sono invitati a convertirsi e a diventare operai della vigna. Ecco il ritratto meraviglioso che Gesù traccia del Padre Suo.

Un Dio che ama tutti gli uomini, in particolare i più abbandonati, ne difende la dignità e  li invita ad entrare nella Sua vigna, nella Sua gioia; Un Dio che dona  Suoi benefici in maniera sovrabbondante, al di  à di ogni merito;

Un Dio che non asseconda chi pretenderebbe di avere dei privilegi: tutti sono figli per lui. Gesù ci dice, oggi, che il Padre suo è vicino a ciascuno di voi ed alle vostre famiglie. Ispiri, il Signore, le decisioni giuste a tutti, per il bene di tutti».

Un Dio che è dunque vicino alle sofferenze dell’uomo, ma bisogna che ci siano dei “padroni” (intesi nell’accezione più umana: i datori di lavoro, i governanti) che devono prendersi «cura seriamente del dramma degli operai senza lavoro, : “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?” Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”». Una vigna che purtroppo risulta minacciata dallo spettro della disoccupazione e dalla mancanza di dignità della persona. Lo hanno fatto capire i due lavoratori che hanno preso la parola durante la messa (nella foto). Il primo ha pregato per tre persone che hanno perso anche il sussidio. «Bisogna dare – ha aggiunto – dei segni di speranza per loro e le rispettive famiglie». Poi ha preso la parola un lavoratore che da giorni è in presidio sotto la Regione. Nel ringraziare per la vicinanza l’arcivescovo, ha aggiunto che: «i sindacati come i politici sanno cosa vogliamo: un lavoro. Ci vergognamo – ha concluso – di guardare negli occhi le nostre mogli, i nostri mariti, le nostre figlie». Un grido disperato che la Chiesa diocesana accoglie. Nel segno della solidarietà e nel nome della dignità umana.

 

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