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POTENZA – «Codice dell’omertà». Sottotitolo: «L’albero della scienza». Venti pagine di domande e risposte in codice divise in cinque paragrafi distinti. I basilischi dovevano impararlo a memoria. Parola di capo e fondatore della “quinta mafia”, Gino Cosentino. A ottobre del 2007 ha deciso di iniziare a collaborare con la giustizia, e ne ha consegnata una copia nelle mani degli investigatori. La Corte d’appello di Potenza sta valutando se riaprire il dibattimento del processo “basilischi” proprio per permettere l’acquisizione delle dichiarazioni di Cosentino, e degli ultimi due pentiti dell’antimafia di Potenza, Alessandro D’Amato e Antonio Cossidente. Sui fatti oggetto della prima grande operazione sull’“unica famiglia” lucana nei verbali di Gino Cosentino c’è ben poco. Piuttosto materiale per sociologi e curiosi di storie proibite. Tra le righe si intravede il sistema di valori del “malandrino”. Il discorso resta sempre sul filo di una simbologia a caratteri esoterici.
«In quante parti si divide l’albero della scienza?» È la prima domanda che il capo rivolge al suo accolito.
«In cinque parti».
«E quali sono?» gli chiede allora il capo. Va avanti ancora così, a domanda e risposta.
«Tronco, fusto, rifusto, ramo e ramoscello».
«E le foglie?»
«Le foglie sono gli sbirri e gli infami, che cadono nel fango».
L’uomo è «fatto» dall’onore e da un «corpo di soci (…) a ciampa di cavallo alla romana, in piedi a braccia conserte». La stessa immagine ritratta in alcuni degli scatti che Cosentino si è premurato di consegnare agli investigatori (si veda foto in alto, ndr). L’onore, invece, è «una stella d’oro in fronte, croce d’argento in petto e spadino d’oro in mano».
«Voi cosa rappresentate dai piedi alla testa?»
«I miei piedi sono di piombo, le mie gambe sono una molla, la mia pancia è una tomba, il mio petto un baldo di marmo, la mia bocca è una fata e la mia lingua una spada e in fine la mia fronte è stellata per entrare e per uscire da qualsiasi corpo di società formata».
Più avanti: «Le sette cose belle».
«Umiltà, fedeltà, saggezza, onore, carta, penna e inchiostro».
A che cosa vi serve la carta, la penna e l’inchiostro?»
«A prendere conto e sopraconto e portare tutte le novità all’onorata e nobile società».
«Mi dite la vostra omertà?»
«Omertà bella che mi insegnasti, ricco di onore mi apparecchiasti, ricco d’onore mi garantisti, sotto un corpo di società dove quattro non possono entrare».
Ancora più avanti: «Com’è nata l’omertà?»
«Nel 1860 quando Napoleone III dichiarò guerra alla Calabria, alla Sicilia e a tutto lo stato napoletano dove sul campo di battaglia i nostri saggi compagni sparsero il loro sangue, il quale sangue fu raccolto in un fazzolettino di seta fino e finissimo e fu messo in una bacinella d’oro fina e finissima dove si fece tondo come una palla, morbido come la seta, forte come il ferro, duro come l’acciaio e freddo come il ghiaccio»
«Perchè si fece tondo come una palla?»
«Per andare in giro per tutto il mondo in cerca di altri saggi e compagni».
A questo punto si passa al racconto dell’iniziazione. «Vi era un grosso albero con tronco, fusto, rifusto, rami e ramoscelli. Quello era l’albero della scienza dove sotto due uomini si tiravano con due grossi coltelli a punta e taglio e taglio e punta. A un tratto uno dei due colpì il suo avversario alle spalle».
«E voi cosa avete fatto?»
«Non ho fatto altro che prendere le difese del più debole e colpii il mio avversario sotto l’ascella del braccio sinistro (…) credevo di fare una cosa buona e giusta». Invece il buono va a terra e il cattivo resta in vita.
«Ora ditemi e fatemi di grazia, con chi ho l’onore di parlare?»
«Con il muro».

Leo Amato

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