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COSENZA – Sulla questione della tendopoli rom allestita dal Comune di Cosenza nei pressi della stazione di Vaglio Lise per ospitare temporaneamente i rom sgomberati dal campo abusivo che si trovava lungo le sponde del fiume Crati, le associazioni che finora si sono espresse contro la scelta dell’amministrazione di Mario Occhiuto ora passano alle vie legali: ieri mattina hanno presentato una denuncia-querela alla procura della Repubblica presso il tribunale di Cosenza per chiedere alla magistratura di verifica eventuali reati commessi per l’allestimento della tendopoli, le condizioni di vita delle persone ospitate, ed eventuali atti di razzismo. All’interno della denuncia – firmata da singoli attivisti e rappresentanti delle associazioni San Pancrazio, Scuola del Vento, Lav Romanò, Moci, Circolo Culturale Popilia, Auser e La Kasbah e presentata dall’avvocato Eugenio Naccarato – è stata formulata anche un’apposita istanza di misura cautelare, in particolare un sequestro preventivo dell’area allo scopo “di ripristinare il rispetto della dignità umana e dei diritti fondamentali delle persone” e ordinare così un’evacuazione del sito con ordine di sistemare le persone in alloggi adeguati.

I reati, eventuali, per i quali si chiede di verificare la sussistenza, sono: abuso d’ufficio e omissione di atti d’ufficio (in relazione alla procedura seguita, con appalti in somma urgenza e non con gara d’appalto pubblica; nonché in relazione ai necessari presidi medici e pareri in ordine alle condizioni di sicurezza e igienico-sanitarie della struttura così come allestita dal Comune di Cosenza; in ordine al mancato incontro del sindaco con i rom, richiesto dalla comunità rom rumena con apposita istanza protocollata); frode nelle forniture pubbliche (in relazione alla tipologia delle tende e al loro costo, che per caratteristiche e finalità della struttura non appaiono idonee, come quelle previste per contesti del genere dalla Protezione Civile, ad accogliere “esseri umani” per tre mesi e con le odierne condizioni atmosferiche); maltrattamenti e lesioni colpose (in relazione alle condizioni di vita cui sono costrette le persone, anziane e disabili, e i fanciulli, tutti sottoposti all’autorità e vigilanza comunale e in relazione a un aborto già denunciato alla procura dal rappresentante della Fondazione Romanì con esposto del luglio scorso); interferenze illecite nella vita privata (per le numerose videocamere della videosorveglianza presenti nella tendopoli, che puntano sui bagni/docce, sulle tende sull’area in comune adibita a cucine e socialità, ossia su tutte le zone di privata dimora per i quali nessuno dei rom ha autorizzato il consenso al trattamento dei propri dati); discriminazione, odio e violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi. Oltre alla esplicita “formale istanza di punizione, per tutti i reati ravvisabili e nei confronti di tutti i responsabili individuabili nei fatti fin qui esposti”, nella dettagliata inchiesta sociale i denuncianti hanno ricostruiti tutte le fasi del procedimento che ha portato allo sgombero forzato dei rom dal campo e alla realizzazione della tendopoli. E come persone informate sui fatti sono state indicate le suore della “Fraternità delle piccole sorelle di Gesù”, che per la loro missione religiosa vivono insieme ai rom e li hanno assistiti sia nel campo in riva al fiume sia nella fase di trasferimento e di permanenza nella tendopoli.

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