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Potrei, dovrei sorriderne. Dire che 252688lo sfogo retorico e comiziante di Rosario Gigliotti, referente potentino di Libera, è solo una provocazione, uno sberleffo, una sassaiola, una filippica fuori tempo massimo, disinformata, offensiva, ineffettuale, astratta. Se decine di articoli, di dibattiti e centinaia di pagine dell’archiviazione non sono servite a certi superstiti Torquemada di provincia a concedere almeno qualcosa al dubbio, alla ragion complessa, all’articolazione di un pensiero aperto e ricettivo, allora perché continuare a rispondere, perché accettare retrocessioni del dibattito in corso, rimestamenti colmi di illazioni e di ingiurie? (Il dibattito è progressivo, non circolare, sennò sarebbe un pantano). Si deve rispondere proprio su tutto, a tutti, a chiunque attacchi un foglietto sulla statua di Pasquino? Forse il silenzio sarebbe la risposta migliore, il lasciar correre. Ma, mi domando, sarebbe giusto, sarebbe onesto nei confronti di chi viene insozzato per l’ennesima volta da cattivi segugi a caccia di fantomatici untori? Eppure non è giusto dover per la millesima volta spiegare chi sia Felicia Genovese, chi sia Michele Cannizzaro, chi sia Vincenzo Tufano, chi sia Nicola Buccico, nonostante io abbia sempre trattato quest’ultimo (lo ammetto) con forse eccessivo sarcasmo (a proposito, gentile Gigliotti: vedo che i politici che contano non vengono mai nominati, nella sua filippica. Mi fa piacere, mi fa davvero piacere. Magari in futuro ci spiegherà anche il perché, di questa scelta). Dico solo che mi auguro che il signor Gigliotti, nella sua vita, sia sempre stato leale, abnegato, altruista, rigoroso e coraggioso come lo sono stati nel loro lavoro e nella loro vita la Genovese e il dottor Cannizzaro. Confesso che non ho più voglia di spiegare le cose a teste di legno come Gigliotti: cos’è stato il cosiddetto “lauto pranzo” di Cannizzaro, perché la Genovese non ha colpe su Elisa Claps, che Marinagri non è il demonio ma, semmai, una querelle del demanio. Chi fin qui ha voluto sapere, ha potuto sapere (ma, come dice il proverbio, non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire). Saranno però mai disposti, questi professionisti dell’antimafia lucana, a fare autocritica, a rivedere le loro posizioni? (A proposito, signor Gigliotti: è da due anni che Michele Cannizzaro chiede al suo maggiore Don Marcello Cozzi di incontrarlo davanti a tutta la popolazione lucana, ma evidentemente Don Cozzi non è libero di parlare con chiunque, e anche questo svicolare, francamente, mi piacerebbe capirlo meglio). Di Libera ho stima reale, perché leggo i giornali, e sono cosa Libera fa in Campania, in Calabria, ovunque in Italia. Il vulnus è in Basilicata (Don Ciotti farebbe bene ad azzerarne i vertici, a mio avviso), dove in un ventennio ci sono stati non più di venti omicidi, e dove le denunce per usura si contano sulle dita di una mano, eppure i referenti lucani di Libera hanno messo su un’armata mediatico-investigativa (parallela) molto attiva, tanto che ovunque, in Italia, guardano a noi come a una terra di mafia “nascosta”. E’ terra di malaffare mafioso, la Lucania? No, e di questo sono certo, anzi, certissimo. E’ terra di clientelismo politico, la Lucania? Sì, e di questo sono certo, ma questo Libera non lo dice, perché evidentemente è più conveniente colpire bersagli fissi come la Genovese e come Cannizzaro, anziché coloro che hanno in mano il potere reale, il pomello del rubinetto. Ma c’è una cosa, che questo sfogo di Gigliotti mi suggerisce, ovvero che tutti questi moralizzatori/accusatori, a leggerli bene, sono tutti intrisi di cattiva letteratura. Il pasoliniano “Io so, ma non ho le prove” è ormai diventato il lasciapassare per ogni illazione e sozzeria non comprovata, ma fantasticata, auspicata nel segreto delle proprie viscere rancorose. Gente come Gigliotti ha fiducia nella magistratura, ma solo quando la magistratura condanna, non quando assolve, non quando archivia. Lo dica apertamente, il signor Gigliotti: la di Girolamo e Capomolla sono incapaci, sono collusi, sono venduti come siamo venduti e collusi noi garantisti, noi non tesserati di nessun partito e di nessun partito preso? La cattiva letteratura, dicevo, signor Gigliotti; la cattiva letteratura ti porta a sognare erosimi, a falsificare i fatti (come avvenne, nel silenzio vergognoso della politica lucana, quando su dati cumulativi forniti da Draghi, la Basilicata venne dipinta, pochi giorni or sono, come terra di economia depauperata dalla mafia), a non voler guardare negli occhi la realtà, a non volersi confrontare con avversari e nemici (perché Libera di Basilicata ama avere nemici anche tra le persone perbene, e anche su questo mi piacerebbe avere qualche ragguaglio in più). No, non spiegherò a Gigliotti per la millesima volta perché sulla Ganovese e su Cannizzaro scrive solo menzogne e offese. Mi sono stancato di farlo, ne ho le tasche piene, ne ho fin qui. Approfitto però di questo mio intervento per porre alcune domande al suo maggiore Don Cozzi; domande che mi frullano nel cervello da un po’ di tempo, e che non ho mai trovato il modo di esplicitare, di formulare compiutamente. Don Cozzi ricorderà che all’indomani della scoperta del mandante e dell’esecutore del duplice omicidio Gianfredi (come vede, signor Gigliotti, anche su questo fatto lei è colpevolmente disinformato) lui disse, mostrando la prima pagina del “Quotidiano” con in bell’evidenza le dichiarazioni del pentito D’Amato (queste sì pubblicate “in esclusiva” dal nostro giornale): “Sono preoccupato per queste notizie. Temo per la mia vita, perché le informazioni che io posseggo sono diverse”. Gentile Don Cozzi: quali erano queste informazioni? Dove le apprende lei tutte queste presuente informazioni? Le ha poi comunicate a chi di dovere, queste informazioni? E perché bisogna preoccuparsi di notizie veritiere? E perché temere per la propria incolumità quando un pentito ammette le proprie colpe? Don Cozzi, suvvia, risponda! La smetta di nascondersi, di cercare sponde qua e là! Accetti il confronto leale, in piena luce! Eviti di mandare in avanscoperta i suoi caporali territoriali. Ci venga lei, in avanscoperta, con l’umiltà che non ha mai avuto.

Andrea Di Consoli

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