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La rubrica del Quotidiano… l’Altra Posta: le vostre domande, le nostre risposte… il tema di oggi: Mia madre è morta e io non sopporto la nuova compagna di mio padre


LE VOSTRE DOMANDE ALL’ALTRA POSTA: Mia madre è morta e io non sopporto la nuova compagna di mio padre

Cara Altravoce, mia madre è morta tre anni fa. Cancro, sei mesi dalla diagnosi alla fine. Mio padre stava lì, ogni giorno, poi anche lui è rimasto solo in quella casa che conosco a memoria, con i suoi silenzi e le sue abitudini e l’odore di caffè alle sette e mezza del mattino. Ci ho pensato spesso, a lui solo. Mi dispiaceva. Poi ha conosciuto Rossella. Rossella ha sessantadue anni, è in pensione, coltiva il balcone e porta sempre qualcosa quando viene a cena.

Torta, vino, fiori. Una volta ha portato i fiori. Io li ho messi in un vaso e poi li ho buttati il giorno dopo, quando lei se n’è andata, come se potessero sporcare qualcosa. Ho cinquant’anni e odio la donna di mio padre. Anche se è brava, è stato durissimo scriverlo, ma sento che è il momento di tirare fuori le cose. Lei non è cattiva. Questa è la cosa che mi distrugge.
Se fosse cattiva, stupida, volgare, avrei un appiglio. Invece è gentile, discreta, non si mette in mezzo. Ride alle battute di mio padre con una naturalezza che mi fa venire voglia di alzarmi e andarmene.

Perché ride così? Chi le ha dato il permesso di ridere così? Quando la vedo seduta al posto di mia madre, nella cucina dove sono cresciuta, mi prende una rabbia infantile. Mi sembra un’intrusa. Mio padre dice che non vuole restare solo e che questa donna gli fa bene. Razionalmente lo capisco, ma emotivamente mi sembra un tradimento. Sono una donna adulta, realizzata con una sua famiglia. Lavoro. Ho una figlia di vent’anni. So perfettamente cos’è la gelosia, so riconoscerla, so che quello che sento non ha nessuna giustificazione morale. Eppure.

Come si accetta che un genitore abbia ancora diritto alla felicità, anche quando a noi fa male?


Una figlia combattuta


LA NOSTRA RISPOSTA

Mio padre è morto e io non lo so se riuscirei a sopportare un altro uomo accanto a mia madre, o meglio, anzi peggio, non so se riuscirei a gestire la presenza di un altro uomo nella mia di vita. Credo sia la somma di tutto l’egoismo del mondo. E questo ti dovrebbe dare la misura di quanto quello che mi scrivi sia complicato per me. Mi chiedi se è solo gelosia.

No. È più complicato, e lo sai anche tu.
È che tua madre muore e per un po’ riesci a tenerla viva nel modo in cui rimane la sua assenza intatta, come una stanza che nessuno entra. Tuo padre solo è ancora il marito di tua madre. Tuo padre con Rossella è un uomo che ha ricominciato. E tu non hai ancora ricominciato niente, tu stai ancora ferma davanti a quella stanza. La gelosia c’è, certo. Ma sotto c’è il lutto, che non finisce mai quando vuoi tu, che riemerge dal posto più scomodo, travestito da rabbia o da rancore o da antipatia immotivata per una donna che porta i fiori e ride alle battute giuste. Cosa fare.

Non lo so, onestamente, ma provo a darti qualche consiglio, intanto magari smettila di valutare Rossella. Non è un esame, non devi promuoverla o bocciarla. Tuo padre non ti ha chiesto di amarla. Ti ha chiesto, implicitamente, di lasciarlo vivere. Sono cose diverse.
Cerca di ricordare tua madre per quello che era, non per il posto che occupava. Tua madre non era “la moglie di tuo padre”. Era una persona. Rossella non la cancella. Nessuno cancella nessuno. E poi, se riesci, parla con qualcuno.

Non necessariamente uno psicologo, anche se non farebbe male. Parla con tuo padre. Non di Rossella. Di tua madre. Digli che ti manca. Digli che fai fatica. I padri, quando capiscono che non si tratta di loro, sanno ascoltare. Due film e due libri, nessuno di questi risolve niente. Ma a volte basta sapere che qualcun altro ci è già passato, e ha trovato il modo di dirlo. La stanza del figlio di Nanni Moretti. Il film sul lutto italiano per eccellenza.

Parla di una famiglia che non sa più stare insieme dopo una perdita, di come il dolore non si divide equamente, di come ognuno rimane solo nel proprio modo di non guarire. Non è consolatorio. È meglio. About Schmidt dove Jack Nicholson è un uomo che rimane vedovo e non sa chi è senza sua moglie. I figli lo guardano senza capirlo. È un film su quanto poco conosciamo i nostri genitori da vivi, e su quanto sia difficile incontrarli dopo. “Patrimonio” di Philip Roth. Un figlio accompagna il padre anziano verso la fine.

È un libro su come si guarda un genitore invecchiare, su come si regge il peso di un amore che non ha mai avuto le parole giuste. Roth è feroce con se stesso, e questo lo rende onestissimo. “Resto qui” di Marco Balzano. Non è esattamente sul tema, ma è un libro sull’assenza, su cosa rimane di una persona quando scompare, su come i vivi continuino a fare i conti con chi non c’è più. Si legge in un giorno e rimane molto più a lungo.



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