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La rubrica del Quotidiano… l’Altra Posta: le vostre domande, le nostre risposte… il tema di oggi: Ho dimenticato come risuonava la voce di mia madre
Cara Altravoce, qualche giorno fa, tornando da un funerale, ultimamente sto perdendo molte persone care per i motivi più diversi, mi sono ritrovata a pensare alla voce di mia madre, morta da tempo. Morte con cui credo di aver fatto i conti, con cui mi sono pacificata. Credevo. Mi sono resa conto, mentre parlavo di altro, che non ricordavo più esattamente la sua voce. Non dico che l’ho dimenticata, c’era ancora qualcosa, un’eco, un contorno. Ma non la sentivo più con quella chiarezza con cui si sente un suono reale. È diventata una voce ricordata, non ascoltata.
E tra le due cose c’è una distanza di cui nessuno ti avverte. Non se questo tipo di perdita, la voce, il suono, è un dolore vivo, o un fallimento o semplicemente, banalmente, ineluttabilmente, come funziona il tempo, con la sua indifferenza assoluta verso ciò a cui teniamo. Ho preso coscienza anche di un’altra cosa. Mio figlio aveva forse sette anni, lo stavo abbracciando, uno di quegli abbracci distratti, di mattina, prima di portarlo a scuola, e mi sono accorta, all’improvviso, che non ricordavo più com’era quando ne aveva tre.
Com’era il peso specifico di quel corpo, il modo in cui si appoggiava con abbandono totale, senza calcolo, senza la piccola rigidità che i bambini acquistano quando crescono e imparano a stare in piedi da soli. È una perdita che nessuno nomina. Si parla tanto del dolore grande, la morte, il divorzio, la malattia. Ma di questo non si parla, delle voci che scompaiono e del fatto che i figli crescano e che nel crescere portino via qualcosa che apparteneva anche a te, e che tu non te ne accorgi se non quando è già andata. Allora mi chiedo e vi chiedo, è una colpa dimenticare? O è soltanto il prezzo, inevitabile, di essere vivi abbastanza a lungo?
Una nostalgica del tempo ma nell’adesso
LA NOSTRA RISPOSTA
Mia cara nostalgica, tocchi un nervo scoperto. Una ferita che brucia, un ginocchio sbucciato che sanguina. Ancora e ancora. Mio padre mi chiamava Micetta, lo so, lo ricordo, me lo ripeto in testa ma non sento più il suono della sua voce che mi risuona in testa. Il tono con cui lo diceva, a volte mi sembra di sentirlo e allora mi giro di scatto, ma mentre lo faccio è già svanito. Ho dei video, non molti, foto, tante, video in cui parla pochi, ma li ascolto a volte, mi rendo conto, con ossessiva ripetizione.
È come se perderlo quel suono, fosse il confine ultimo con l’averlo perso, davvero, per sempre. «Le voci care le perdiamo due volte: prima nella realtà, poi nel ricordo. E la seconda perdita spesso fa più male, perché arriva quando credevamo di avere già imparato a sopportare». Forse per questo conservo tutti i vocali dei miei nipoti, per non perdermi un giorno neanche una emozione di quei: «Ciao, zia Mita».
Ne ho parlato con una neurologa di questo fenomeno. Mi ha spiegato che la memoria episodica, quella legata agli eventi, ai momenti, decade più lentamente di quella semantica. Ricordiamo meglio «il giorno in cui la nonna mi ha telefonato per dirmi che stava bene» di «come suonava la voce della nonna». Il contenuto resiste più del suono. Il significato sopravvive all’esperienza sensoriale che lo portava. È una cosa che mi ha consolata e addolorata insieme. Come quasi tutte le verità.
La memoria della voce è la più fragile di tutte. Perché la voce non si vede, non si tocca, non si fotografa. Si può registrare, ma la registrazione è già qualcosa di diverso, è la voce fermata, non la voce viva. E le voci che amiamo le amiamo proprio perché erano vive, imprevedibili, piene di esitazioni e di calore. Non esistono istruzioni. Vorrei darvele, sarebbe il tipo di rubrica più rassicurante, quella che chiude con un elenco di consigli pratici e lascia il lettore con la sensazione di avere qualcosa in mano.
Ma la verità è che contro l’oblio non c’è tecnica che tenga davvero. O almeno io non ne ho. Consiglio libri, e da Elizabeth Strout, con il suo “Oh William!” e dalla protagonista, Lucy Barton, da quella voce narrativa che procede per accumulazione e per lacune, sto cercando di fare mia la verità incontrovertibile che dimenticheremo comunque. Che la memoria non è un archivio, è una storia che ci raccontiamo.
E le storie cambiano, perdono pezzi, ne aggiungono altri che non c’erano. Non è una sconfitta. È semplicemente come siamo fatti. Dimenticheremo comunque, in mille modi diversi, le persone e i momenti che avremmo voluto tenere. Ma forse c’è una differenza tra dimenticare perché eravamo distratti e dimenticare perché il tempo ha fatto il suo lavoro nonostante tutto. La prima dimenticanza pesa. La seconda, in qualche modo, si riesce a sopportare.
LA POSTA DELL’ESTATE
Sull’isola di Awashima, nel Mare Interno di Seto, in Giappone esiste un ufficio postale che accoglie la corrispondenza destinata a chi un indirizzo non lo possiede. Si chiama hyoryu yubinkyoku, l’Ufficio postale alla deriva. È un’installazione artistica che accoglie lettere indirizzate a destinatari sconosciuti o impossibili da raggiungere, come persone defunte o amori impossibili.
Originariamente creato come parte della Triennale d’Arte di Setouchi nel 2013, è diventato un luogo speciale dove le persone possono esprimere emozioni e sentimenti attraverso la scrittura, senza aspettarsi una risposta. È stato creato dall’artista Saya Kubota come parte della Triennale d’Arte di Setouchi del 2013, ma ha continuato a vivere grazie alla passione di Nakata Katsuhisa, che lo gestisce. È un luogo pieno di speranza, dove le persone possono trovare conforto nel condividere le proprie emozioni attraverso la scrittura.
Ecco noi vorremmo diventare, nel battito di ciglia tra l’estate e la sua fine, il vostro ufficio postale, con un indirizzo estate@quotidianodelsud.it. Chiedeteci, scriveteci, pensateci, stupiteci. Vi risponderemo. O almeno ci proveremo.
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