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La rubrica del Quotidiano… l’Altra Posta: le vostre domande, le nostre risposte… il tema di oggi: Non mi vesto come le mie amiche, è davvero più facile conformarsi?
LE VOSTRE DOMANDE ALL’ALTRA POSTA: Non mi vesto come le mie amiche, è davvero più facile conformarsi?
Cara Altravoce, mi chiamo Sofia e ho 14 anni. Vi scrivo perché ho un pensiero fisso in testa da settimane e non riesco a togliermelo. A scuola quasi tutte le mie compagne sembrano sempre aggiornatissime: hanno le scarpe giuste, i pantaloni giusti, le felpe del marchio giusto. Sui social si vede ancora di più, ogni settimana c’è qualcosa di nuovo da avere, qualcosa di nuovo da essere. E io mi ritrovo lì a chiedermi: devo per forza stare al passo?
La verità è che alcune di queste mode non mi convincono per niente. Certi capi li trovo brutti, o semplicemente non mi rappresentano. Però quando mi presento a scuola vestita a modo mio sento quegli sguardi, quelle mezze frasi. Non è bullismo, intendiamoci, ma fa comunque un certo effetto. Allora mi sono messa a ragionare: è davvero così importante vestirsi come tutti? Vestirsi alla moda significa essere più sicura di sé, avere più amiche, essere più felice? O forse è solo una trappola enorme in cui cascano tutti senza accorgersene, comprese le persone che pensano di essere originali seguendo l’ultima tendenza?
Dall’altra parte mi chiedo anche: forse sono io quella strana? Forse mi sto perdendo qualcosa? Forse se mi adeguassi un po’ di più sarei più serena, avrei più amiche, mi sentirei meno fuori posto in certi momenti. È un pensiero che arriva soprattutto la sera, quando sono sola e ci rimugino sopra. Non so cosa voglio che mi rispondiate, davvero. Forse voglio solo sapere che non sono l’unica a farsi queste domande. Forse voglio che qualcuno mi dica che va bene così, che non devo diventare un’altra persona per meritarmi un posto nel mondo. O forse voglio che qualcuno mi dica la verità, anche se fa un po’ male. In ogni caso, grazie per aver letto fin qui.
LA NOSTRA RISPOSTA
Ho uno stile tutto mio, di moda nel senso pieno del termine so poco o niente, ne resto inevitabilmente influenzata da quello che vedo in giro e mi circonda, dalle persone intorno a me, le riviste che leggo, i social. Poi scelgo, cosa mi piace e cosa no. Ora per esempio #escopazza per la chinese tang jacket dell’Adidas e non sarò felice finché non sarà mia. È difficilissima da trovare. Non è sempre stato così. Sono stata una ragazza incerta. Che ha sempre camuffato, che volevo essere un duro.
Alzavo il mento, fissavo le persone dritte negli occhi. Eppure dentro zoppicavo. Ero sempre un filo troppo. Alta. Seno. Fianchi. Amavo i colori e quindi mi punivo nel grigio. Tranne che per i capelli. Erano tanti ricci biondi, poi li ho tagliati, scuriti. Stare nel mucchio era il mio mantra. Non credo di esserci mai riuscita. Quindi sono uscita allo scoperto, in tutti i modi che ho conosciuto, tingendomi i capelli, dimagrendo oltremodo e oltremodo ingrassando. Poi ho trovato la quadra, ma decisamente in là con gli anni. La quadra e il mio stile.
Tu hai fatto la cosa più difficile e più rara che esista: ti sei fermata a chiederti se quello che tutti fanno ha senso. A quattordici anni. Mentre tutti corrono, tu hai alzato la mano e hai detto: aspettate, ma dove stiamo andando? Questo si chiama pensiero critico, e ci vogliono anni, a volte decenni, come nel mio caso, per svilupparlo. Tu ce l’hai già. Custodiscilo come un tesoro, perché il mondo farà di tutto per togliertelo.
Adesso ti dico una cosa che forse non ti aspetti: la moda non è il nemico. La moda è una lingua, come hai intuito tu stessa, e come tutte le lingue può dire cose banali oppure cose straordinarie. Può essere uno strumento di conformismo cieco, e spesso lo è (vedi la mia fissa per la tang jacket) ma può anche essere un modo per raccontarsi, per giocare, per trasformarsi. Il problema non è la moda in sé. Il problema è quando smette di essere una scelta e diventa un obbligo. Quando non sei tu a scegliere il vestito, ma è il vestito a scegliere te, o peggio, a sceglierti al posto di qualcun altro.
Quello che descrivi, indossare qualcosa e sentirti in costume, è una delle sensazioni più precise e più oneste che una persona possa provare. Significa che sai già chi sei, o almeno che hai un’idea abbastanza chiara di chi non sei. E saper riconoscere chi non sei è già moltissimo, a qualsiasi età. Quanto agli sguardi, alle mezze frasi, a quel silenzio di mezzo secondo: capisco. Fanno male lo stesso, anche quando non sono cattivi. Ma ti confido una cosa: quelle compagne che sembrano così sicure, così perfettamente a posto con il capo giusto e la scarpa giusta, molte di loro stanno recitando esattamente come ti sembrava di fare tu.
Solo che non se ne sono ancora accorte. O se ne sono accorte e hanno deciso che è più comodo continuare.
Guarda Ladybird di Greta Gerwig, probabilmente il film più bello mai fatto su cosa vuol dire avere diciassette anni, volere disperatamente di essere qualcun altro e scoprire, alla fine, che l’unica persona che vale la pena di diventare è una versione più consapevole di quella che sei già. Infine, un consiglio che non ti ho chiesto se volevi ma te lo do lo stesso: la prossima volta che sei davanti allo specchio e non ti piace quello che vedi, prova a chiederti non «sono abbastanza?» ma «abbastanza per chi?». È una domanda piccola che cambia tutto.
LA POSTA DELL’ESTATE
Sull’isola di Awashima, nel Mare Interno di Seto, in Giappone esiste un ufficio postale che accoglie la corrispondenza destinata a chi un indirizzo non lo possiede. Si chiama hyoryu yubinkyoku, l’Ufficio postale alla deriva. È un’installazione artistica che accoglie lettere indirizzate a destinatari sconosciuti o impossibili da raggiungere, come persone defunte o amori impossibili.
Originariamente creato come parte della Triennale d’Arte di Setouchi nel 2013, è diventato un luogo speciale dove le persone possono esprimere emozioni e sentimenti attraverso la scrittura, senza aspettarsi una risposta. È stato creato dall’artista Saya Kubota come parte della Triennale d’Arte di Setouchi del 2013, ma ha continuato a vivere grazie alla passione di Nakata Katsuhisa, che lo gestisce. È un luogo pieno di speranza, dove le persone possono trovare conforto nel condividere le proprie emozioni attraverso la scrittura.
Ecco noi vorremmo diventare, nel battito di ciglia tra l’estate e la sua fine, il vostro ufficio postale, con un indirizzo estate@quotidianodelsud.it. Chiedeteci, scriveteci, pensateci, stupiteci. Vi risponderemo. O almeno ci proveremo.
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