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La rubrica del Quotidiano… l’ Altra Posta: le vostre domande, le nostre risposte… il tema di oggi: La mia amica è troppo dimagrita, tutti l’applaudono, io ho paura


LE VOSTRE DOMANDE ALL’ALTRA POSTA: La mia amica è troppo dimagrita, tutti l’applaudono, io ho paura.

Cara Altravoce, ti scrivo per una cosa che può sembrare marginale ma è diventato un pensiero fisso, la mia amica è dimagrita, tutti la applaudono, io invece ho paura. Il corpo di un’altra persona può diventare il posto in cui si nasconde qualcosa che nessuno vuole vedere, perché è troppo comodo non vedere. La mia amica è dimagrita. Molto. In pochi mesi è diventata un’altra silhouette, e con quella silhouette è arrivata una nuova versione di sé che il mondo ha accolto con un entusiasmo che mi ha fatto venire un nodo allo stomaco. Stai benissimo. Sembri un’altra. Che forza di volontà. E lei sorrideva, e io guardavo quel sorriso e pensavo: ma voi la vedete davvero?

Io la vedo. La vedo quando si siede a tavola e conta, con gli occhi, quello che ha nel piatto. La vedo quando rifiuta qualcosa e poi spiega, spiega sempre, con una precisione ossessiva che non assomiglia alla libertà, la vedo quando parla di sé e usa parole come controllo e disciplina con una soddisfazione che ha il sapore dell’ansia travestita da orgoglio. Una tristezza che lei rimpicciolisce ogni volta che gliela nomino, che sparisce sotto le parole degli altri, quelli che la guardano e vedono solo il risultato. Ho provato a dirle che ero preoccupata, che vedo i segni di un disordine alimentare.

Lo so, è la cosa più difficile da fare. Lei mi ha risposto che sono gelosa. Che finalmente si piace. Che non capisco. Forse è vero che non capisco tutto. Ma capisco abbastanza. Il dimagrimento, in certi casi, non è la causa del problema: è il sintomo che tutti scambiano per la soluzione. Non voglio giudicarla, non è questo il punto. Non voglio nemmeno salvarla con la forza, perché le persone non si salvano così, si salvano quando trovano uno spazio in cui non devono difendersi. Voglio continuare a essere il posto in cui la verità può stare senza essere smontata, senza che lei debba proteggersi da me come si protegge da uno specchio scomodo. Non so se funzionerà. Non so se sono la persona giusta o se sbaglio qualcosa che non riesco a vedere.

Un’amica preoccupata


LA NOSTRA RISPOSTA

Come si dice in questi casi, cara preoccupata, mi inviti a nozze. Io sono una di quelle persone che è molto dimagrita negli ultimi tre anni più o meno. E lo dico subito, non sono malata, non c’è nessun segreto, e sì mi sento giudicata da te e da chi pensa cose come fai tu. Vado oltre, ci leggo invidia. Fastidio. Sono dimagrita perché volevo farlo. Basico, semplice, facile. Ho attraversato tutti gli step del caso, dopo una vita da normopeso o giù di lì, ho iniziato a ingrassare. Sono passata da un leggero sovrappeso, al sovrappeso conclamato, all’obesità fino all’obesità grave. Sono arrivata a pesare 140 chili. Una enormità.

Restavo grassa per difesa più che per scelta, avevo messo distanza tra me e il mondo. Quella distanza era segnata dall’adipe. Poi qualcosa è cambiato. Ho deciso di uscire dalla passività e reagire a me stessa. Complice un problema di salute altro ho affrontato una operazione che poi ha portato a una sleeve. Chirurgia bariatrica. Mesi di inferno, fatica, vomito, nausea, dolore, restrizioni, sofferenza, fame. Ma mai neanche una volta ho pensato di tornare indietro.

Mio padre, che soffriva molto il mio peso, «Micetta questa non sei tu», ha fatto appena in tempo a vedermi dimagrita prima di morire. Ad essere orgoglioso di quanto stavo ottenendo. Che non era solo perdere peso, ma riprendere in mano la mia vita, da ogni punto di vista. Anche lavorativo, ho fatto scelte importanti, anche queste hanno comportato sacrifici e dubbi in molti momenti, ma mai un pentimento. Anzi. Capisco che i disturbi alimentari esistono, che sono seri, che spesso chi li vive non li riconosce.

Capisco che un’amica preoccupata vale oro. Ma esiste anche l’altra cosa: la donna che ha semplicemente deciso di stare meglio nel proprio corpo e ci è riuscita. La narrativa è questa: se dimagrisci e stai bene, stai bene. Se dimagrisci e stai male, stai male. Fin qui, tutto logico. Il problema è quando qualcuno decide dall’esterno, anche con le migliori intenzioni del mondo che tu stai male anche se tu stai bene.

Che la tua versione dei fatti è un sintomo. Che il tuo mi piaccio è una patologia. Non ogni dimagrimento è un grido d’aiuto, non ogni controllo del cibo è ossessione. Non ogni cambiamento fisico nasconde una tristezza. A volte nasconde solo una persona che ha smesso di ignorarsi. Quello che mi pesa, e lo dico con tutto l’affetto che posso, è questa idea che io debba dimostrare di stare bene. Che il sospetto rimanga lì, sospeso, pronto a reinterpretare qualsiasi mia risposta come conferma del problema.

Se dico che sto bene, è negazione, se mi arrabbio, è difensività. Se rido, sto minimizzando. È una trappola. Ed è molto difficile uscirne senza sembrare in torto.
Lo dico qui, chiaro, sto bene. Ho fame quando ho fame. Dormo. Rido. Ho anche ripreso a mangiare dolci, per inciso, che non so perché ma sembra sempre essere la prova del nove di qualsiasi discorso sulla mia salute mentale. Prenditi cura di me se vuoi. Ma inizia chiedendomi come sto, non partendo dalla risposta.



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