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SE non fosse che in ballo c’è la più alta carica dello Stato, mentre impazza il rodeo delle candidature che ci accompagnerà in un crescendo fino a gennaio prossimo, con un pizzico di ironia potremmo definirla la Solitudine dei Numeri 1. Il riferimento è ai tre maggiori partiti della coalizione di larghe e slabbrate intese: Pd, M5S e Lega, i cui leader sono alle prese con la medesima sindrome, ciascuno con caratteristiche proprie. Sono dei leader che però faticano a conquistarsi una leadership. Sembra uno scioglilingua; invece è un problema serissimo che ci proietta nel centro della crisi di sistema che vive l’Italia e che minaccia di avere conseguenze inquietanti nel momento in cui da parte dei Grandi Elettori cominceranno gli scrutini segreti per il Colle.

Di che si tratta è presto detto. Letta, Conte e Salvini guidano partiti che, riprendendo l’immagine del rodeo, sono alla stregua di cavalli imbizzarriti e chi prova a salirci sopra per domarli rischia il disarcionamento. Partiamo dal capo della Lega. L’ultimo affondo è quello di Giancarlo Giorgetti sul semipresidenzialismo alla francese per Mario Draghi che ha sollevato indignate proteste da parte di costituzionalisti e non solo.

Ma in realtà l’attacco più duro del ministro dello Sviluppo è arrivato sul fronte delle alleanze europee: fuori dal Ppe, è la sostanza del ragionamento, per il Carroccio si possono aprire palcoscenici solo di periferia. Non è la prima volta che Giorgetti critica la linea politica di Salvini. Ad alcuni può apparire perfino un regicidio ma la verità è che il capitombolo dal 34 per cento (dei voti) al 19 per cento (dei sondaggi) non poteva non terremotare il quartier generale di via Bellerio.

Chissà se, verosimilmente, anche stavolta la ferita appena aperta verrà suturata. Tuttavia Giorgetti non è altro che la spia di un disagio che serpeggia tra le camicie verdi e in particolare nel suo elettorato: quel che è rimasto, ovviamente. Salvini ha fatto una mossa politica di notevole spessore accettando di far parte della maggioranza pro-Draghi. Da lì però è cominciato un percorso a zig zag, sempre più di lotta e sempre meno di governo, che ha finito per sconcertare gli aficionados, portandone diversi a rivolgersi a Giorgia Meloni e altri a rifugiarsi nel non voto. Cose risapute.

La novità però è capire quanto questa leadership ora oggettivamente dimidiata sia in grado di tenere le redini di un gruppo parlamentare, coadiuvato dai delegati regionali leghisti, attraversata da dubbi e perplessità riguardo la capacità di individuare un percorso vincente. Non sono le migliori condizioni per presentarsi ai nastri di partenza di un passaggio delicato e pieno di insidie.

Non meglio, tuttavia, stanno le cose in casa grillina (vedi vicenda capogruppo) . Giuseppe Conte guida un agglomerato politicamente in debito d’ossigeno e consapevole che al 70/80 per cento in Parlamento non tornerà. Di conseguenza capace di tutto e esposto ad ogni vento. Il mantra sembra essere che qualunque soluzione va bene a patto che la legislatura non si interrompa così da maturare la pensione. Una motivazione non proprio nobile ma assai concreta, che peraltro non riguarda solo i Cinquestelle.

Ma è evidente, e in misura quasi certamente maggiore rispetto alla Lega, che tenere a bada negli scrutini segreti centinaia di anime perse come le definirebbe il poeta Umberto Piersanti, non sarà agevole. Forse perfino impossibile. Però se traballa la forza politica che ha la maggiore rappresentanza parlamentare, cosa ne sarà del resto?

È una domanda che sempre più spesso di questi tempi si sta ponendo anche Enrico Letta. Uscito trionfante dalle urne amministrative, il segretario del Pd ha visto nel segreto dell’urna del Senato in occasione del voto sul ddl Zan, sgretolarsi un patrimonio di forza e di agibilità. I franchi tiratori sono apparsi solo da una parte, quella del centrosinistra, e riversare come ha fatto il Nazareno le colpe tutte su Italia Viva è apparso alla stregua di voler mettere la testa sotto la sabbia per non vedere il tornado in avvicinamento.

Il concetto di disciplina di partito in una formazione politica come il Pd ha un senso ed una tradizione: ma se – supportata per esempio dal sospetto, ancorché smentito dall’interessato, che Letta punti ad elezioni anticipate nel 2022 per costruirsi gruppi parlamentari a sua immagine e somiglianza – parte il liberi tutti (ricordate i 101 di Prodi?), allora il rodeo si trasferisce al Colosseo. Di fatto, i toni di radicalizzazione spinta che da qualche settimana Letta sparge con generosità appaiono più consoni ad una campagna elettorale strisciante che non alla ricerca di intese con alleati ed avversari per definire il profilo di un capo dello Stato condiviso e di largo consenso.

Si vedrà. La solitudine dei numeri 1 è una sindrome che i Palazzi della politica conoscono bene. Antidoti specifici non ne esistono. Esiste la capacità di chi regge il timone di stabilire una rotta nella quale l’intero equipaggio si riconosca. Di solito, chi si sente o viene ritenuto debole, si appoggia ad altri nelle sue stesse condizioni per trovare sostegno e solidarietà. Potrebbe essere la strada da seguire: i tre più Silvio Berlusconi, anche lui leader storico con una leadership declinante, potrebbero dar vita ad un sinedrio nel quale cercare la quadra non solo per Colle ma anche sul governo che deve arrivare a fine legislatura e, hai visto mai, pure sulla legge elettorale. Quello sì che sarebbe un bagno nelle acque rigeneranti della leadership divenuta di bassa intensità.


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