Camila Morrone nei panni di Rachel Harkin in "Something Very Bad Is Going to Happen"
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I Duffer Brothers tornano sulla piattaforma di Netflix con “Something very bad is going to happen”, che racconta il disastro sociale in una famiglia allargata.
L’HYPE non era solo rumore: era una premessa narrativa. Dopo la stagione finale di Stranger Things, che aveva trascinato decine di milioni di spettatori, e un’ondata di nostalgia collettiva abbastanza potente da sembrare quasi geopolitica, i Duffer Brothers tornano su Netflix da produttori. Il titolo suona come una firma: Something very bad is going to happen. Non una suggestione. Un impegno. Il contesto aiuta. Nell’ultimo paio d’anni, l’horror ha smesso di scusarsi.I Peccatori di Ryan Coogler aveva dimostrato che il terrore poteva stare al centro del discorso culturale senza chiedere permesso. La domanda era se ci fosse qualcosa da dire oltre l’atmosfera. La risposta non è mai arrivata con abbastanza convinzione.
La serie, in onda su Netflix, è ambientata in uno di quei luoghi che il cinema usa da decenni come trappola simbolica, dove una famiglia allargata si raccoglie nei giorni che precedono un matrimonio. Pressione ovunque: aspettative taciute, rancori di lunga data, sorrisi calibrati con cura chirurgica. L’impianto funziona. Le luci sempre leggermente eccessive, le stanze troppo in ordine, i silenzi che durano un secondo più del necessario: il resort diventa un organismo claustrofobico, il matrimonio si trasforma in campo di forze. C’è qualcosa di genuinamente fastidioso nel modo in cui il bianco dell’abito da sposa accumula minaccia episodio dopo episodio.
UNA LUNGA ANTICAMERA SENZA STANZA
Ma il tono non è la storia. Il problema si manifesta intorno al secondo episodio e non se ne va più. L’horror lento può essere straordinario: lavora per accumulo, per dettaglio, per erosione progressiva di ciò che sembrava normale. Ma richiede che l’accumulo porti da qualche parte. Qui, la tensione si installa e resta ferma. I segnali si moltiplicano, i presagi si sovrappongono, i personaggi reagiscono con quella miscela di negazione e angoscia che il genere ha codificato da mezzo secolo e il sistema narrativo non avanza.
Gira. Si ripete. A un certo punto smette di essere suspense e diventa rumore di fondo, poi quasi noia. Quello che manca è l’impulso. La serie costruisce un’aria di pericolo ma non la trasforma in movimento drammatico. Ci sono tre, forse quattro momenti in cui si percepisce la possibilità di uno scarto reale, di qualcosa che cambia le coordinate in modo irreversibile. La serie li sfiora e si ritrae. Preferisce il sospeso all’irrisolto, l’insinuazione alla dichiarazione. Finisce per somigliare a una lunga anticamera senza stanza. Sul piano tecnico, la serie mostra una cura visiva indiscutibile.
La fotografia lavora su una palette desaturata con infiltrazioni di colore caldo usate come segnale d’allarme. I movimenti di macchina sono quasi tutti lenti, spesso in piano sequenza, con la telecamera che segue i personaggi da una distanza che suggerisce sorveglianza più che partecipazione. È una scelta coerente, e funziona. Finché funziona l’atmosfera. Il problema è che la regia non ha un piano B. Quando la storia richiederebbe una variazione, un cambio di ritmo visivo che segnali l’accelerazione narrativa, la macchina da presa continua a muoversi allo stesso passo. La forma non risponde al contenuto. Resta parallela, elegante e inutile.
I DUFFER BROTHERS RACCONTANO IL DISASTRO DI UNA FAMIGLIA DISFUNZIONALE
Il montaggio ha lo stesso vizio. Ci sono sequenze che potrebbero finire due minuti prima senza perdere nulla, e altre che sembrano esistere solo per ritardare una rivelazione che la scrittura non sa ancora come gestire. Perché è lì, nella scrittura, che il problema diventa insormontabile. Haley Z. Boston, che i Duffer hanno scelto dopo il successo di Mercoledì, porta nella serie una sensibilità riconoscibile: l’ironia nera come meccanismo difensivo, la famiglia disfunzionale come ecosistema di minaccia latente, il personaggio femminile che si muove in un ambiente ostile con una consapevolezza che gli altri non hanno ancora raggiunto.
In Mercoledì questo schema funzionava perché la serie aveva il coraggio di essere quello che era: un teen drama con una protagonista volutamente algida, costruita sul contrasto tra l’orrore e il quotidiano dell’Accademia Nevermore. Non si prendeva troppo sul serio. Sapeva quando scherzare e quando mordere. Qui non c’è quella leggerezza, e non c’è nemmeno la sua alternativa: la serietà piena, il peso specifico di una storia che vuole andare in profondità. Resta in mezzo.
IL BRUTTO CHE NON ARRIVA MAI DAVVERO
Si percepisce l’eco di Mercoledì nei meccanismi di scrittura ma ridotto a un’intuizione embrionale, mai sviluppata fino alle sue conseguenze. Il problema più grave è che la scrittura non esplode mai. Non nel senso dell’azione fisica, l’horror non è obbligato a esplodere, ma nel senso drammatico! Non c’è mai un momento in cui la storia decide cos’è, cosa vuole, fino a dove è disposta a spingersi. Ogni volta che la tensione accumulata potrebbe finalmente scaricarsi in qualcosa la scena gira intorno al bordo e torna indietro.
È una reticenza che all’inizio sembra scelta stilistica, poi sembra insicurezza, alla fine sembra un limite strutturale che nessuno in fase di scrittura ha deciso di affrontare. I personaggi portano il segno di questa indecisione. C’è lavoro evidente sulle dinamiche familiari, sulle tensioni di coppia, sul rimosso che affiora nei momenti sbagliati, ma quando la storia richiederebbe che aprissero nuovi spazi emotivi, si bloccano. Diventano comparse della propria attesa.
Anche gli attori, in alcuni casi palesemente capaci, sembrano intrappolati in indicazioni di regia che privilegiano l’effetto atmosferico sul personaggio. Le singole scene reggono meglio di quanto reggano in sequenza. Il risultato è un horror che sa essere inquietante senza riuscire a essere necessario. Il titolo prometteva una cosa molto brutta in arrivo. Alla fine, la cosa più brutta è che non arriva mai davvero.
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