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La rubrica del Quotidiano… l’Altra Posta: le vostre domande, le nostre risposte… il tema di oggi: Il raffinato retrogusto del fallimento del cadere senza rete di protezione
LE VOSTRE DOMANDE ALL’ALTRA POSTA: Il raffinato retrogusto del fallimento del cadere senza rete di protezione
Cara Altravoce, cara tu, scusami non ho domande, ma solo uno sfogo, un esercizio di stile, se me lo consenti, in un momento di complessa e cercata solitudine. Nessuno mi ha insegnato come si cade. Mi hanno insegnato come si vince, come si stringe la mano, come si entra in una stanza e si occupa lo spazio giusto. Il fallimento, però, è arrivato lo stesso. Più volte. E ogni volta mi sono ritrovata sola con me stessa, senza un manuale, senza qualcuno che avesse voglia di raccontarmi davvero come ci si rialza. Nessuno ci prepara davvero al fallimento.
Ci insegnano a vincere, a emergere, a distinguerci. Quando cadi, sei solo. Ho fallito più di quanto ne parli. Progetti abbandonati a metà, relazioni che ho lasciato deteriorare per non affrontare una conversazione difficile, scelte prese per paura e non per desiderio. Ho fallito nel senso grande e nel senso piccolo, quello quotidiano che non finisce sui giornali ma che ti accompagna lo stesso. E poi, a un certo punto, qualcosa si è spostato. Non in modo romantico, non c’è stata una mattina di sole, non c’è stata una frase che ha cambiato tutto. È stato più lento, più opaco. Ho cominciato a capire che nel fallimento ero stata costretta a essere onesta con me stessa.
Non la versione di me che funziona, che risponde alle email, che sa cosa dire. Quella più scomoda, quella che ha paura, quella che non sa. Ho imparato non è che bisogna fallire per crescere. Ho imparato che quando cadi non puoi fingere. E per qualcuno come me, che ha passato anni a costruire una versione presentabile di sé stessa, questo è stato, è, la cosa più utile che mi sia mai capitata. Non lo consiglio. Ma se arriva, tienitelo. È l’unico posto in cui sei tu.
Una donna che è caduta
LA NOSTRA RISPOSTA
«Ho sbagliato tante volte ormai che lo so già. Che oggi, quasi certamente, sto sbagliando su di te. Ma una volta in più che cosa può cambiare nella vita mia?».
Scusami ma leggendoti in testa mi è entrata subito la divina Vanoni, e no, non è per sminuire. Scrivi benissimo del fallimento. Così bene che quasi non fa male. Non sembra vero. Ecco il punto. Quando il fallimento diventa letteratura, e il tuo lo è, qualcosa scivola via. La vergogna che descrivi è vera, ne sono sicura. Ma la vergogna vera non trova le parole così in fretta.
La vergogna vera ti fa restare zitta per mesi, ti fa cambiare marciapiede, ti fa rispondere “bene, tutto bene” non come tattica di autodifesa ma perché non hai ancora capito cosa è successo. Io non me le racconto neanche più le volte che ho fallito e sono state tante, in amore soprattutto. Relazioni che oggi si definiscono “tossiche” una volta erano sbagliate e basta, nel lavoro, nelle amicizie, con i soldi. Come scrivi tu, nelle piccole e grandi cose. Sono un segno di terra, una vergine vestale, ho la perfettite nel Dna, fallire non era nei programmi.
Eppure. È successo. E sono ancora qui. Ammaccata, ferita, con le ginocchia sbucciate. Ma qui. Eh già. So riconoscere il momento in cui qualcuno inizia a raccontare una storia difficile e nel raccontarla la addomestica. Non è disonestà. È sopravvivenza. È quello che facciamo tutti con le cose che ci hanno fatto davvero male: ci costruiamo attorno una narrazione che regga, che abbia un senso, che possiamo portare in giro senza crollare a metà frase.
Tu scrivi che il fallimento non è romantico, non è ispirazionale. E poi scrivi una cosa bellissima e lo rendi, romantico e ispirazionale. Un esercizio di stile, appunto.
Non te lo rimprovero. Lo faccio anche io. Spesso e volentieri, anche qui, ora. Quello che mi chiedo, però, è se esista uno spazio prima della scrittura. Prima che il dolore diventi racconto. Uno spazio in cui non c’è ancora niente di utile da dire, niente di trasmissibile, niente che valga una rubrica su una rivista. Una lettera su un giornale. Solo il fatto bruto di aver sbagliato, di non sapere ancora perché, di non avere la distanza giusta per chiamarlo con un nome. Forse quella è la parte che non raccontiamo mai davvero. Non perché siamo disoneste.
Ma perché lì, in quel punto, non ci sono parole. E noi, che le parole le usiamo per mestiere, lì restiamo senza strumenti. E il silenzio fa più paura del fallimento stesso. Due consigli al volo, un libro e un film, notissimi, te li do anche se non li hai chiesti, ma sono qui che mi premono tra pollice e indice. Olive Kitteridge di Elizabeth Strout. Non è un romanzo sul fallimento nel senso classico. È qualcosa di peggio: è una donna che ha fatto quasi tutto nel modo sbagliato e lo capisce tardi, quando cambiare è difficile e forse inutile.
La grande bellezza di Sorrentino. Jep Gambardella ha scritto un romanzo a trent’anni e non ne ha scritto un altro. Ha scelto di frequentare i salotti invece di lavorare. Se ne rende conto e al contrario di Olive Kitteridge non ha nessuna intenzione di cambiare
LA POSTA DELL’ESTATE
Sull’isola di Awashima, nel Mare Interno di Seto, in Giappone esiste un ufficio postale che accoglie la corrispondenza destinata a chi un indirizzo non lo possiede. Si chiama hyoryu yubinkyoku, l’Ufficio postale alla deriva. È un’installazione artistica che accoglie lettere indirizzate a destinatari sconosciuti o impossibili da raggiungere, come persone defunte o amori impossibili.
Originariamente creato come parte della Triennale d’Arte di Setouchi nel 2013, è diventato un luogo speciale dove le persone possono esprimere emozioni e sentimenti attraverso la scrittura, senza aspettarsi una risposta. È stato creato dall’artista Saya Kubota come parte della Triennale d’Arte di Setouchi del 2013, ma ha continuato a vivere grazie alla passione di Nakata Katsuhisa, che lo gestisce. È un luogo pieno di speranza, dove le persone possono trovare conforto nel condividere le proprie emozioni attraverso la scrittura.
Ecco noi vorremmo diventare, nel battito di ciglia tra l’estate e la sua fine, il vostro ufficio postale, con un indirizzo estate@quotidianodelsud.it. Chiedeteci, scriveteci, pensateci, stupiteci. Vi risponderemo. O almeno ci proveremo.
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