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di Enrico Currò
NEW YORK (STATI UNITI) (ITALPRESS) – Alla fine di una partita che la Spagna ha vinto con merito, inequivocabilmente e impietosamente descritto da tutte le statistiche, il ct argentino Lionel Scaloni ha lasciato intendere che il suo ciclo con la Selección potrebbe essere finito. Durante la conferenza stampa si è commosso: “Mi fa male all’anima, ma bisogna ripartire e non so se ci sono le condizioni per ricreare in fretta un gruppo straordinario come questo”.
L’altro Lionel dell’Argentina, Messi, ha parlato subito con gli occhi. L’immagine più eloquente del dopo partita è stata infatti quella del ballo allegro del giovane Yamal sotto gli occhi tristi del numero 10, dai quali poco più tardi sarebbero scese le lacrime. Occhi tristi, ma non arrabbiati, anche se il pianto è durato a lungo. Perché non è ancora certo che sia stata l’ultima partita del calciatore più forte del mondo: lo deciderà lui, che ha ancora un contratto con l’Inter Miami, con vista sulla Copa America 2028. In questo torneo ha comunque lasciato il segno, anche se è arrivato secondo sia con l’Argentina sia nella classifica cannonieri dietro Mbappé, deluso dallo sfarinamento della Francia sul più bello.
La cosa certa è il passaggio di testimone con Yamal, che certamente ferisce meno Messi di quanto sarebbe accaduto con qualsiasi altro avversario. Era sincero e sentito l’abbraccio del diciannovenne Lamine al trentanovenne Leo, addirittura strofinando a lungo la mano sulla spalla: il nuovo talento del Barcellona consolava il vecchio e in quel gesto spontaneo, accettato senza remore dal destinatario, c’era appunto tutto il senso di un passaggio generazionale.
Invece nella consegna della coppa del mondo dall’Albiceleste alla Roja campione d’Europa c’era qualcosa di più netto. L’Argentina ha perso anche perché è sembrata sostanzialmente aggrappata a un solo calciatore, il suo campione eterno, che l’ha più volte risollevata dall’orlo del burrone. In finale non si è affacciata quasi mai nella metà campo altrui e lo ha fatto più che altro nel finale, quando ormai era troppo tardi e quando Messi ha cercato ancora di prendere per mano i compagni, che non erano alla sua altezza.
La Spagna ha vinto perché è una squadra nel vero senso della parola, dove i campioni non mancano – lo sono certamente Rodri e Yamal – ma fanno parte dell’ingranaggio e sanno benissimo che tutti sono utili e nessuno indispensabile, tanto è vero che in questo Mondiale le vittorie sono arrivate spesso dal sapiente uso della panchina, da Merino con Portogallo e Belgio all’euforico Ferran Torres (“Dio dà le cose a chi più le merita”) e Nico Williams nella finale.
Il che rimanda oggettivamente al ruolo fondamentale del commissario tecnico Luis De la Fuente. Un ct federale, che ha fatto l’intera gavetta dalle Under. E che oggi, mentre l’Italia ancora non ha scelto il ct della rifondazione, sintetizza perfettamente il percorso vincente di un intero movimento, per nulla casuale. La Spagna ha vinto nel 2008 l’Europeo, nel 2010 il Mondiale, nel 2012 e nel 2024 di nuovo l’Europeo e adesso di nuovo il Mondiale. In mezzo, ci sono state le vittorie del Real Madrid e del Barcellona in Champions, magari raggiunte attraverso filosofie diverse e tuttavia conferme della capacità di rendere il modello spagnolo e la Liga un punto di riferimento costante.
De la Fuente non si atteggia a guru, anche se magari adesso potrebbe. Semmai, spiega e argomenta: “Io sono felice di questa generazione di calciatori, che sono cresciuti credendo in un’idea di calcio e l’hanno resa migliore. Hanno dato l’esempio su che cosa deve essere un gruppo, una famiglia. Sono grandi giocatori, con un talento e un potenziale eccezionali: è un onore averli accompagnati in questo percorso, hanno grandi valori. Abbiamo vinto insieme in tutte le categorie, siamo cresciuti insieme. In più sono ancora molto giovani e hanno ancora molta strada da fare. Ci stavamo chiedendo che cosa possiamo fare, adesso che abbiamo vinto il Mondiale. Beh, sappiate che questi giocatori sono instancabili. Non si vince senza fatica, senza lavoro”.
Tradotto, significa che il ciclo della Spagna, secondo il suo timoniere, non finisce affatto qui. I 44 milioni di euro del premio, in parte destinati alla squadra e allo staff, aiuteranno ulteriormente la crescita. Lo stesso Scaloni, il ct dell’Argentina sconfitta, nel riconoscere l’inappellabilità del risultato ammette implicitamente che la Roja, oggi, è la Nazionale più forte di tutte. Per distacco: “Siamo stati grandi nella vittoria e dobbiamo esserlo anche nella sconfitta. Quando si perde, si perde”.
– Foto Ipa Agency –
(ITALPRESS).
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