Corrado Alvaro
3 minuti per la letturaCorrado Alvaro fu anche sceneggiatore e nel film “La storia di una capinera” si confronta con la scrittura del grande Giovanni Verga
IL 2026 SEGNA il settantesimo anniversario della scomparsa di Corrado Alvaro. La sua fu una delle voci più alte della letteratura italiana del Novecento e il più grande scrittore che la Calabria abbia dato al Paese. Romanziere, narratore, giornalista, saggista e drammaturgo, Alvaro fu anche uomo di cinema. Uno sceneggiatore raffinato, autore di soggetti e sceneggiature che rappresentano una pagina ancora poco esplorata della sua vasta produzione. Questo volto meno noto dello scrittore di San Luca la Cineteca della Calabria ha riportato all’attenzione con il volume L’avventura del cinematografo con Corrado Alvaro. Cineromanzi 1936-1950, curato da Eugenio Attanasio.
Il libro raccoglie una selezione dei cineromanzi tratti dai film ai quali Alvaro collaborò. Viene così restituito il fascino di una stagione di intenso dialogo tra letteratura e cinema, accompagnando il pubblico in un’Italia sospesa tra modernità e memoria.
Il film che abbiamo scelto è La storia di una capinera diretto da Gennaro Righelli e prodotto dalla Titanus. Realizzato nel 1943 a partire dal romanzo verghiano del 1871, con una sceneggiatura firmata da Corrado Alvaro, Ettore Maria Margadonna e lo stesso Righelli. Qui lo scrittore calabrese si confronta, dunque, con Verga traducendo per il cinema una materia narrativa che appartiene ad un’altra epoca e, soprattutto, ad un altro linguaggio.
La vicenda è nota: Maria è una giovane novizia che, a causa dello scoppio di un’epidemia di colera, viene rimandata temporaneamente a casa. Destinata al convento dalla famiglia, più per volontà altrui che per autentica vocazione, la ragazza si ritrova così a vivere nuovamente nella campagna della sua infanzia. Qui incontra Nino, il figlio dei vicini, e la sua presenza risveglia in lei sentimenti fino ad allora repressi. Quello che nasce come un innocente interesse si trasforma presto in amore, ma anche in gelosia e tormento. Quando Maria è costretta a tornare in convento, Nino sposa la sua sorellastra. Per la giovane, privata dell’amore e della possibilità di scegliere il proprio destino, comincia una lenta e dolorosa discesa nella disperazione, fino alla morte. Quella di una creatura fragile e prigioniera, come una capinera in gabbia.
Il film non rappresenta solo il passaggio di un’opera dalla letteratura al cinema. È l’incontro tra due scrittori che, pur appartenendo a generazioni e stagioni culturali diverse, condividono uno sguardo attento agli individui, alle loro fragilità ed ai condizionamenti sociali che ne determinano le scelte. Nel lavoro di sceneggiatura, Alvaro si misura così con la voce dell’autore siciliano confrontandosi con la necessità di trasformare la dimensione intima e dolorosa della vicenda di Maria in immagini, dialoghi e situazioni cinematografiche.
Il lavoro di Righelli viene accolto tiepidamente dalla critica del tempo. Fabrizio Sarazani su Il Tempo dell’11 marzo 1945 scrive: «Con questo commovente romanzo Verga si acquistò la prima rinomanza. Il film è onesto e chiaro, si mantiene appoggiato al testo, ne segue le linee. La regia di Righelli appare dunque viva per intelligenza e buon gusto, malgrado certe sequenze più lunghe del necessario, interpretazione accurata».
Protagonista del film Claudio Gora, importante interprete della stagione d’oro del cinema d’italiano, ma anche regista finissimo di capolavori da riscoprire, come Il cielo è rosso e Febbre di vivere, in cui il neorealismo sfocia in rappresentazione modernissima della borghesia. Sul set de La storia di una capinera Gora incontra la splendida Marina Berti che, con la sua Maria, ci regala i primi piani più drammatici ed intensi della storia del cinema italiano.
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