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Campi secchi impossibili per far mangiare anche le mandrie in transumanza

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DA QUANDO, a febbraio scorso, 300 trattori avevano percorso la strada fra Matera e Altamura per chiedere misure a sostegno dell’agricoltura, soprattutto a causa della crisi della cerealicoltura dovuta alla presenza di prodotti esteri e aiuti per le aziende danneggiate dai cinghiali, non è cambiato nulla, piuttosto, la situazione è peggiorata: Emilio Vesia, presidente regionale di Liberi Agricoltori della Basilicata e membro del Comitato direttivo nazionale, oggi guarda alla siccità come al nuovo cappio attorno al collo della categoria. La sigla, che riunisce 60 mila iscritti in tutta Italia di cui 2000 solo in Basilicata, ha avviato da tempo una iniziativa per giungere al riconoscimento dello stato di calamità naturale da parte del Governo. Il rischio, anche questa volta, è serio.

«Quando, a febbraio, abbiamo riunito i trattori, c’era già un caldo anomalo – spiega Vesia – dalla Basilicata abbiamo inviato una comunicazione al Dipartimento agricoltura nella quale illustravamo lo stato dell’arte e i primi danni che, al momento, erano limitati a aree come Craco e Ferrandina dove i seminativi già a dicembre avevano avuto problemi e dove molti campi non erano nemmeno nati. Già allora avevamo capito che c’era qualcosa che non andava. L’arrivo delle prime piogge ha distratto un po’ tutti, poi sono seguite le elezioni, le altre associazioni si sono dimenticate e il tempo è passato».

Il rischio, però, era sempre più chiaro e Vesia, per non perdere tempo utile, si è mosso. «Ho scritto nei giorni scorsi al presidente regionale dell’Anci chiedendo che inviasse ai Comuni il modulo per la segnalazione di stato di calamità in agricoltura provocato dalla siccità». I passaggi, a questo punto, si muovono su più fronti. «I Comuni, a loro volta, devono inviare la richiesta al Dipartimento Agricoltura della Regione – aggiunge Vesia – per un po’ di tempo probabilmente non ci sarà l’assessore di riferimento anche se credo che sarà la direttrice di Dipartimento a occuparsene. Dopo che gli enti locali avranno dichiarato di aver accertato questo problema, la Regione farà lo stesso attraverso i propri ispettori. Dopo la comunicazione della Regione, il ministero dichiarerà lo stato di calamità – spiega ancora – e dopo ci recheremo ai Ca (Centro di assistenza) per la segnalazione all’Agricat, ovvero al Fondo mutualistico istituito dal Ministero un paio di anni fa che dovrà procedere ai ristori. Noi però chiediamo anche la moratoria sui mutui agricoli e di liquidare i psr istruiti e non ancora messi in pagamento».

Nel frattempo la siccità in agricoltura rischia di aver un effetto-domino drammatico. «Tutte le colture vengono colpite – aggiunge Vesia – si salvano relativamente le drupacee e gli agrumi anche se l’acqua non arriva in modo continuativo perché anche le dighe sono in emergenza».

Impossibile quantificare il danno economico ma le percentuali colpite, quelle sì, e si va dal 30 al 70% di colture rovinate. «Se le piogge ritardano ancora – avverte Vesia – la percentuale sarà alta per tutti. E non dimentichiamo i problemi per gli allevatori. L’approvvigionamento per il fieno è già difficile e poi ci sono i costi elevati per gli allevatori transumanti che vengono a svernare con gli animali nei nostri territori. Per la mancanza di erba hanno dovuto sostenerli con fieno e paglia. Per chi alleva mucche in stalla da latte non va meglio: molti allevatori saranno costretti a abbattere gli esemplari più vecchi perché non riescono ad affrontare gli aumenti».

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