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La rubrica del Quotidiano… l’Altra Posta: le vostre domande, le nostre risposte… il tema di oggi: Ho scoperto di essere misoneista, ma in fondo non è così grave
LE VOSTRE DOMANDE ALL’ALTRA POSTA: Ho scoperto di essere misoneista, ma in fondo non è così grave
Cara Altravoce, mi sono scoperta, in età ancora abbastanza giovane, una misoneista. Che non è una brutta parola, ma semplicemente, come gentilmente ci spiega la Treccani, “chi ha in odio ogni novità”. Non sapevo di esserlo finché al termine di una accesa discussione il mio fidanzato me lo ha sbattuto in faccia in maniera piuttosto sprezzante. È un professore universitario, Filologia moderna, di tanto in tanto tende a ricordarmelo, usando frasi o espressioni che non conosco.
Ha la possibilità di lavorare due anni all’estero, e vorrebbe andare e vorrebbe andassi con lui. Ma sì, lo ammetto: ho paura di mollare tutto quello che conosco, anche se a volte mi fa dormire male (tipo il mio vecchio divano scomodissimo). Cambiare sembra un salto nel vuoto, con un paracadute fatto di spaghetti crudi, fragile e un po’ ridicolo. Anche la fatica c’entra. Cambiare è come andare in palestra dopo mesi di divano – sempre lui. Brucia, fa sudare, e spesso ti sembra di aver fatto tutto per niente.
La parola “cambiare” mi mette in allerta come il bip del microonde a mezzanotte: tutti dormono, tranne l’ansia che esce con i bigodini, pretende spiegazioni e ti ricorda che “si è sempre fatto così”, frase con più polvere del soprammobile regalato dalla zia che non osa più muoversi per non sollevare discussioni familiari e allergie emotive fuori stagione. A me spaventa anche solo l’idea di cambiare marca di shampoo figuriamoci cambiare emisfero terrestre.
Eppure lo so la mia comfort zone è diventata più stretta di un vestito pre-pandemia. Ho paura di perdere la mia identità. Me stessa. Lui ha pensato a tutto eh, anche ad un lavoro per me lì. Eppure sono titubante e spaventata. Come un gatto in tangenziale.
La vostra sospettosamente prudente
LA NOSTRA RISPOSTA
Cara Prudente, immagino tu non mi stia davvero chiedendo cosa fare, quello già lo sai, la tua lettera, davvero divertente è molto più lunga, esigenze di spazio mi costringono alla polpa, alla sintesi. In realtà vuoi che io ti rassicuri sulla forza, la potenza del cambiare. Che ti dica “andrà tutto bene”, che stia dalla tua parte. Che ti dica che non è tanto la paura del nuovo, ma è la nostalgia del vecchio telecomando, quello con i tasti consumati sui canali preferiti, perché il pollice ha memoria muscolare e il cuore, quando può, preferisce gli spoiler alle sorprese come una signora che legge il finale del giallo mentre mette su l’acqua per la pasta integrale della propria coscienza in via di modernizzazione.
Eppure la vita cambia anche se tu fai finta di niente, a prescindere. Cambiare è come quando assaggi un piatto con spezie strane alla prima cena in un ristorante fighetto e hipster e ti prometti che «la prossima volta prendo la solita pizza». E invece, alla fine, il sapore ti rimane dentro, e ti fa pensare che forse la classica margherita era un po’ noiosa. Cambiare non è buttare via: è ricurvare la mappa e scoprire che qualche strada la sapevi già, solo che la percorrevi in silenzio per educazione e adesso puoi fischiettare senza chiedere il permesso alla timidissima sindaca interiore; cambiare significa ammettere che fino a ieri avevamo torto, che dobbiamo rischiare e forse fallire.
E fallire, ahimè, è l’incubo di ogni misoneista che si rispetti. Cambiare significa mettersi in gioco, esporsi, rischiare di sbagliare, di perdersi In un altro emisfero poi, con una nuova lingua, circondata da sconosciuti e senza punti di riferimento, anche io, con tutte le mie fragilità, avrei paura di non trovare un nuovo equilibrio o di perdere pezzi di me che credevo indispensabili. Ma dentro questa paura, c’è anche un barlume: un desiderio di crescere, di provare e, forse, di rinascere.
Infine, un promemoria da appendere al frigorifero, come un magnete di dubbio gusto ma pieno di colore, “il sole è nuovo ogni giorno”, e se lui ce la fa a presentarsi senza sentirsi in difetto con ieri, puoi farcela anche tu, con un filo di luce sugli zigomi, due risate complici, e il lusso di concederti un inizio alle quattro del pomeriggio, che poi è l’ora perfetta per cambiare idea con grazia. Andrà tutto bene? Non lo so. Non lo sa nessuno. Ma del resto neanche restare lo garantisce. Lo hai detto anche tu cambiare è lavoro, sudore, inciampo e risalita, è danza stonata di passi incerti e improvvisazioni. Ma è anche la poesia che fa ballare le cose monotone, è il rischio che può rendere la vita degna di essere vissuta. Proviamoci mia ironica misoneista, e grazie per avermi insegnato una nuova parola, cambiamo aria.
LA POSTA DELL’ESTATE
Sull’isola di Awashima, nel Mare Interno di Seto, in Giappone esiste un ufficio postale che accoglie la corrispondenza destinata a chi un indirizzo non lo possiede. Si chiama hyoryu yubinkyoku, l’Ufficio postale alla deriva. È un’installazione artistica che accoglie lettere indirizzate a destinatari sconosciuti o impossibili da raggiungere, come persone defunte o amori impossibili.
Originariamente creato come parte della Triennale d’Arte di Setouchi nel 2013, è diventato un luogo speciale dove le persone possono esprimere emozioni e sentimenti attraverso la scrittura, senza aspettarsi una risposta. È stato creato dall’artista Saya Kubota come parte della Triennale d’Arte di Setouchi del 2013, ma ha continuato a vivere grazie alla passione di Nakata Katsuhisa, che lo gestisce. È un luogo pieno di speranza, dove le persone possono trovare conforto nel condividere le proprie emozioni attraverso la scrittura.
Ecco noi vorremmo diventare, nel battito di ciglia tra l’estate e la sua fine, il vostro ufficio postale, con un indirizzo estate@quotidianodelsud.it. Chiedeteci, scriveteci, pensateci, stupiteci. Vi risponderemo. O almeno ci proveremo.
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