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La rubrica del Quotidiano… l’Altra Posta: le vostre domande, le nostre risposte… il tema di oggi: Alla riscoperta della gratitudine, quel “grazie” che ti apre il cuore


LE VOSTRE DOMANDE ALL’ALTRA POSTA: Alla riscoperta della gratitudine, quel “grazie” che ti apre il cuore

Cara Altravoce, più che una lettera è una cosa su cui mi sono ritrovata a ruminare spesso, in questi ultimi tempi e cioè quanto sia facile dare per scontato ciò che abbiamo. La vita scorre veloce, tra impegni, pensieri e piccole preoccupazioni quotidiane, e a volte ci dimentichiamo di fermarci un attimo per guardare ciò che ci circonda con occhi diversi. Oggi vorrei scriverti proprio di questo: della gratitudine, di quel sentimento semplice eppure così profondo che può cambiare il modo in cui viviamo ogni giorno. La gratitudine non è solo un ringraziamento formale, una parola detta in fretta.

È uno stato d’animo, una scelta, è fermarsi a osservare il sole che entra dalla finestra, il sorriso di un figlio, la voce di un amico lontano. È riconoscere il valore delle piccole cose, di quelle che spesso non notiamo finché non ci mancano. Ho imparato che la gratitudine non nasce solo nei momenti di gioia, ma anche in quelli di fatica, quando ci accorgiamo di avere qualcuno accanto, anche solo per un ascolto silenzioso. Ho letto da qualche parte che la gratitudine è come un muscolo: più la esercitiamo, più diventa forte. E così, ogni mattina, ho iniziato a chiedermi: cosa mi rende grata oggi?

A volte è una risata, altre volte è la quiete di un tramonto, altre ancora è la semplice consapevolezza di essere viva. Un semplice “grazie” può diventare un dono, un gesto che riscalda il cuore e crea legami più profondi. Ho imparato che la gratitudine non è mai troppa, e che non c’è mai un momento sbagliato per esprimerla. Forse, alla fine, la gratitudine è proprio questo: la capacità di vedere la vita non come qualcosa che ci manca, ma come un dono che possiamo apprezzare ogni giorno.

La vostra smielatamente grata


LA NOSTRA RISPOSTA

«Ringrazia, ricambia, sorridi». Lo scriveva Stefano Benni in “Di tutte le ricchezze”. È quello che ho cominciato a fare, anzi faccio di più, meglio, tengo un diario della gratitudine. Scrivo, a penna su un quaderno, un paio di volte a settimana cose per cui sono grata. Ma grata davvero, con il cuore e con la mente, tanto tanto immensamente come cantava Julio (Iglesias). Non cose di posa. E mi sento meglio, come quando al mattino apri le finestre ed entra aria nuova. Certo è vero anche che una volta ti bastava dire “grazie” e la questione era chiusa. Oggi no.

Oggi devi sentirlo, quel grazie. Devi respirarlo, twittarlo, annotarlo, farci anche una foto per instagram, con la tazza di tè accanto e la luce giusta del tramonto che filtra attraverso la tenda in lino naturale. Le #trecosepercuisonofeliceoggi et similia. Perché la gratitudine ormai è una missione. Non puoi limitarti a essere grato: devi diventarlo a livello pro. Esistono coach della gratitudine, workshop per ringraziare il tuo frigorifero e sfide su social dove devi elencare tre cose per cui sei grato ogni giorno.

Un po’ come gli esercizi di ginnastica, ma con più incenso. Insomma penso che la gratitudine non vada praticata come una competizione zen, ma come un piccolo atto di resistenza quotidiana: se non ringrazi, la giornata ti divora. Se ringrazi troppo, ti prendi troppo sul serio. Forse il segreto sta nel mezzo. In quel secondo preciso in cui ti accorgi che, per quanto caotico, imperfetto e stropicciato, il mondo non ce l’ha (sempre) con te. E allora sì, in silenzio, senza hashtag né filtri, puoi anche dirlo: grazie. Ma solo se ti va. La gratitudine è utilissima, soprattutto come antidoto alle lamentele compulsive o ai lunedì crudeli.

Però, attenzione, praticarla come un mantra rischia di trasformarla in una specie di gara a chi è più felice o più positivo. Forse allora meglio ringraziare con semplicità, senza troppe complicazioni o pensieri tormentati. Un grazie sincero al barista che ti prepara il caffè con amore, un sorriso riconoscente al collega che ti passa l’appunto dimenticato. E, perché no, un pensiero gentile verso te stesso, quando sopporti la giornata senza perdere il sorriso. Consiglio di lettura, “Basta un caffè per essere felici” di Toshikazu Kawaguchi.

La storia è ambientata in una caffetteria in Giappone dove, quando ti siedi al bancone e ordini un caffè, puoi viaggiare indietro nel tempo e ripercorrere alcuni momenti della tua vita, finché il caffè non si raffredda. Non puoi cambiare niente, solo rivedere coi tuoi occhi le varie occasioni perse. Kawaguchi, nato a Osaka, in Giappone, nel 1971, dove lavora come sceneggiatore e regista, dal libro invita il lettore ad accettare tutto quello che accade non dimenticando mai la gratitudine per la vita, quella nostra e quella degli altri. Insomma mia smielata alla fine, quel piccolo “grazie”detto senza troppi fronzoli è la cosa più bella da sentire.



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