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La rubrica del Quotidiano… l’Altra Posta: le vostre domande, le nostre risposte… il tema di oggi: Alla ricerca di una definizione, un giovane cinese in Calabria
LE VOSTRE DOMANDE ALL’ALTRA POSTA: Alla ricerca di una definizione, un giovane cinese in Calabria
In Italia, sono il “ragazzo cinese”. In Cina, sono “quello venuto dall’Italia”. A volte penso che l’appartenenza sia come un tramonto: per un momento, tutto è colorato e bello, ma poi sparisce e ti lascia con un po’ di nostalgia. Cara Altravoce, oggi è di me che voglio parlarti, sono Luca o Li Wei. Sono nato a Milano, da genitori cinesi, vivo in Calabria, e sono, non lo so cosa. Quello che cerco non è una definizione semplice. Non sono solo cinese. Non sono solo italiano. Sono entrambe le cose, mescolate con la confusione, la commozione, le risate e le lacrime che questa doppia appartenenza porta con sé. Mi sento spesso in bilico.
A scuola, quando parlo italiano perfetto, dentro mi chiedo: «Sto davvero parlando la mia lingua o sto solo recitando un copione?». A casa, il cinese è un puzzle incompleto. Mia madre mi rimprovera, ma io la capisco: entrambi vogliamo restare fedeli alle nostre origini, ma il mondo cambia troppo in fretta per viverci solo in una mandorla. Papà ha un negozio di casalinghi. Un classico mi dirai, non più di mio zio che ha un ristorante cinese. A scuola mi hanno chiesto cento volte se so fare il sushi. «No, quello è giapponese». Che poi. «Ah già siete quelli degli involtini primavera il riso alla cantonese». No. Non si mangiano in Cina, lo so, shock. Mia madre lo chiama “fantasia degli italiani”. Io, invece, lo chiamo “karma culturale”. Parlo tre lingue: mandarino, dialetto e sarcasmo.
In casa c’è mia madre che urla in cinese, mia zia in calabrese, e io traduco in italiano solo per insultare con precisione. A volte mi sento come un ospite a una festa dove nessuno ti ha detto dove sederti. Ma ho imparato a scegliere il mio posto, a inventarmi uno spazio mio. Non devo essere completamente di un posto o dell’altro. Posso anche essere solo “Li Wei”, con la mia strana miscela di culture, sogni e identità. Essere cinese in Calabria è un’esperienza sociologica.
Alla fine ho capito: non sono né cinese né calabrese e neanche italiano. Sono un ibrido resistente. Tipo il peperoncino nel riso cantonese. Non previsto, ma ormai necessario. E se qualcuno mi guarda storto, io sorrido. Perché il mio accento è calabrese, ma la mia faccia no. E in fondo, è proprio questo che mi salva.
Li Wei, quello cinese ma anche no
LA NOSTRA RISPOSTA
Caro Li Wei qualche giorno fa ho visto su TikTok il video di un ragazzo cinese, seconda generazione come te, Vanni Uh che ha confessato di aver odiato, da bambino di essere cinese. Nato e cresciuto in un piccolo comune in provincia di Bergamo. Solo seimila abitanti. Lui unico bambino cinese. Lo prendevano in giro, insultavano per il colore della pelle, facevano il gesto degli occhi allungati, gli chiedevano se mangiava cani o gatti. Alle elementari l’insegnante gli chiese di dire il suo nome in cinese. Era solo curiosa. Ma lui era terrorizzato, lo guardavano tutti e lui non riusciva a parlare.
Aveva otto anni e non voleva sentirsi diverso. Oggi le cose sono cambiate, tra fatica e dolore, sta imparando che essere nati diversi non è un difetto, ma un pregio. Quando io e mio fratello ci trasferimmo da Roma a Rossano, io facevo la quinta elementare, lui la terza, le suore chiesero ai compagni di scriverci delle lettere, a leggerle ora sono esilaranti. All’epoca facevano paura. Per il pregiudizio, l’ignoranza. “Non fatevi ammazzare quando camminate per strada”. “Attenti alle tigri”. “Non dimenticate l’italiano”. “Devi dire a tuo nonno di regalarti una pistola, mio padre dice che lì le hanno tutti”.
E cose simili. Ho il colore “giusto”, la famiglia “giusta”. Ma ho conosciuto la discriminazione. Quindi anche se poco e da wasp privilegiata, capisco. Le radici sono profonde, anche se il vento le muove un po’. Sono un mix, un enigma, un puzzle di culture e sapori. Mi piace pensare che la vita non sia altro che un bel caos ordinato, come quei noodle che si intrecciano e poi si sciolgono. Potresti essere un ponte, uno che collega due mondi, magari con qualche passo incerto, ma con sempre il cuore aperto. Alla fine, non devi scegliere una sola strada. La verità? L’appartenenza non è un’etichetta scritta da qualcun altro.
È qualcosa che costruisci ogni giorno, pezzo dopo pezzo, tra un jiaozi e un piatto di pasta, tra una parola detta in cinese e una battuta in calabrese. È il sorriso che metti quando qualcuno ti chiede da dove vieni e tu rispondi con orgoglio: Da due mondi che mi hanno insegnato ad amare la diversità. Ah consiglio di lettura, così impariamo anche qualcosa, Invito a un banchetto di Fuchsia Dunlop. Che la cucina sì è un ponte. Che unisce.
Sospesa fra tecnica e magia, conoscenza degli ingredienti e sperimentazione, la cucina cinese ha una storia millenaria e ramificata, che Fuchsia Dunlop ci invita a esplorare come si fa con un continente: a piccole tappe, partendo dai fondamentali. Dal fuoco e dal riso, fino ai più ricercati metodi di cottura e al cerimoniale della tavola. In ventotto capitoli illustra un piatto o una tecnica culinaria, oltre a presentare i professionisti del settore, i cuochi dilettanti, i gourmet, in un racconto che intreccia storia culturale e inguaribile passione per il cibo.
LA POSTA DELL’ESTATE
Sull’isola di Awashima, nel Mare Interno di Seto, in Giappone esiste un ufficio postale che accoglie la corrispondenza destinata a chi un indirizzo non lo possiede. Si chiama hyoryu yubinkyoku, l’Ufficio postale alla deriva. È un’installazione artistica che accoglie lettere indirizzate a destinatari sconosciuti o impossibili da raggiungere, come persone defunte o amori impossibili.
Originariamente creato come parte della Triennale d’Arte di Setouchi nel 2013, è diventato un luogo speciale dove le persone possono esprimere emozioni e sentimenti attraverso la scrittura, senza aspettarsi una risposta. È stato creato dall’artista Saya Kubota come parte della Triennale d’Arte di Setouchi del 2013, ma ha continuato a vivere grazie alla passione di Nakata Katsuhisa, che lo gestisce. È un luogo pieno di speranza, dove le persone possono trovare conforto nel condividere le proprie emozioni attraverso la scrittura.
Ecco noi vorremmo diventare, nel battito di ciglia tra l’estate e la sua fine, il vostro ufficio postale, con un indirizzo estate@quotidianodelsud.it. Chiedeteci, scriveteci, pensateci, stupiteci. Vi risponderemo. O almeno ci proveremo.
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