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La rubrica del Quotidiano… l’Altra Posta: le vostre domande, le nostre risposte… il tema di oggi: Inoccupato a cinquant’anni, la mia vita finisce qui e ora?
LE VOSTRE DOMANDE ALL’ALTRA POSTA: Inoccupato a cinquant’anni, la mia vita finisce qui e ora?
Cara Altravoce, senza troppi giri di parole: ho perso il lavoro a cinquant’anni e sono nel panico. Anzi di più io e panico ormai siamo amici per la pelle. Ho una moglie, per fortuna ancora “occupata”, due figli alle soglie dell’adolescenza, un mutuo decisamente lontano dalla parola estinguersi, le rate della macchina. E tempo. Tanto tempo vuoto. E domande senza risposta. Cosa ho sbagliato? Dovevo cambiare prima, dovevo studiare altro? Dovevo essere diverso? Mia moglie mi sostiene, resta vicino, mi dice che sono forte. Mia madre prega e dice che Dio provvede.
I miei figli non dicono niente. Troppo spaventati. Come me. Ho provato a fare la lista dei miei talenti. Soft skills le chiamano. È venuta corta. Ma almeno sincera. Autentica, per essere più profondi. Ero un contabile, bravo con i numeri. Un puntuale e instancabile dipendente. So ascoltare, non mollo facilmente e ho imparato a ridere di me — che pare sia una competenza trasversale, anche se non la chiedono mai nei colloqui. Non sono il solo, lo so ce ne sono a centinaia come me. Una generazione di cinquantenni scartati, esiliati, messi da parte. Troppo vecchi per il nuovo.
Troppo giovani per la pensione. Schiacciati nel mezzo. Non chiedo molto, almeno credo. Un’altra possibilità. Un colloquio vero, uno sguardo che vada oltre l’età e non chiedo favori. Giustizia forse sì. Per chi come me ha lavorato, per chi ancora vuole farlo, per i diritti. La dignità non finisce con la busta paga. Però vi chiedo, da dove si riparte? Da dove comincio?
Ah se conoscete aziende che assumono esperienza invece che gioventù, scrivetemi. Sto scherzando. O forse no.
Il vostro senza lavoro
che non molla
LA NOSTRA RISPOSTA
Caro senza lavoro solo una cosa mi è chiara in questo vivere quotidiano, per noi sono cambiate le regole d’ingaggio, il plot, in sostanza non sussistono più le condizioni che un tempo dettavano le regole. Nel mentre arrancavamo nel vivere giornaliero “qualcosa è cambiato” e non c’è neanche un Jack Nicholson a fare da protagonista. Ci sono passata, qualche anno fa, dall’essere “inoccupata” in attesa di, alla ricerca di. Mi preoccupavo costantemente del tornare occupata (remunerata, che gratis lo ero eccome, occupata). Ho tenuto duro finché ho potuto, non mi sono risparmiata, non avevo nulla da rimproverarmi né rimpiangere. Erano le condizioni oggettive che mi avevano fottuto. O forse no.
Anche io mi facevo mille domande. Dovrei accettare lavori sottopagati, dovrei fingere di avere meno esperienza? Dovrei mentire sulla mia età, dovrei reinventarmi davvero? Imparare cose nuove? Tornare a studiare? Competere con ventenni? Dovrei arrendermi? Accettare pensioni minime? Vivere di sussidi? Diventare quello che non volevo mai essere? Neanche io volevo favori, sognavo scorciatoie, bramavo le raccomandazioni che non ho mai saputo chiedere.
Anche se vedevo nero il mondo continuava a essere un posto che sorprende, e sebbene possa tranquillamente continuare a piovere sul bagnato, non è detto che un giorno, alzando gli occhi, anche tu non possa restare abbacinato dalla luce. Ricordo quel tempo in cui avevo del tempo da impiegare e non ero abituata, troppi anni a ritmi frenetici, indotta a rinunciare a vivere (fuori) scegliendo il lavoro (dentro) mi avevano disabituata a me, al tempo, appunto e ai miei pensieri. In tanti si preoccupano, giustamente, dei “giovani”, in pochi hanno a cuore il caso dei 40-50enni ancora abili ma inoccupati.
Con un passato che non è ancora futuro e un presente da brividi. Siamo come i panda. Non in via estinzione, ma da coccolare trovandoci un lavoro, quando perderlo non è stato un demerito, ma un coagulo di cause non controllabili. Salvateci, che la precarietà, logora solo chi la ha. La precarietà non è un incidente, è il nuovo normale, una condizione che ti inculcano fin da giovane e che ti diventa familiare come un vecchio amico che ti ricorda quanto sei ancora lontano dalla pensione. Vorrei davvero aiutarti ma non ho consigli da darti, neanche letterari, se non continua a cercare, a sperare. Perché fermarsi significa arrendersi e arrendersi significa morire. E noi vogliamo vivere. Forse serve solo cambiare direzione, come fanno i gatti quando fingono di non sapere dove andare e invece sanno benissimo cosa cercano.
LA POSTA DELL’ESTATE
Sull’isola di Awashima, nel Mare Interno di Seto, in Giappone esiste un ufficio postale che accoglie la corrispondenza destinata a chi un indirizzo non lo possiede. Si chiama hyoryu yubinkyoku, l’Ufficio postale alla deriva. È un’installazione artistica che accoglie lettere indirizzate a destinatari sconosciuti o impossibili da raggiungere, come persone defunte o amori impossibili.
Originariamente creato come parte della Triennale d’Arte di Setouchi nel 2013, è diventato un luogo speciale dove le persone possono esprimere emozioni e sentimenti attraverso la scrittura, senza aspettarsi una risposta. È stato creato dall’artista Saya Kubota come parte della Triennale d’Arte di Setouchi del 2013, ma ha continuato a vivere grazie alla passione di Nakata Katsuhisa, che lo gestisce. È un luogo pieno di speranza, dove le persone possono trovare conforto nel condividere le proprie emozioni attraverso la scrittura.
Ecco noi vorremmo diventare, nel battito di ciglia tra l’estate e la sua fine, il vostro ufficio postale, con un indirizzo estate@quotidianodelsud.it. Chiedeteci, scriveteci, pensateci, stupiteci. Vi risponderemo. O almeno ci proveremo.
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