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La rubrica del Quotidiano… l’Altra Posta: le vostre domande, le nostre risposte… il tema di oggi: Elmetto in testa e spritz affronto il temuto “Natale in famiglia”


LE VOSTRE DOMANDE ALL’ALTRA POSTA: Elmetto in testa e spritz affronto il temuto “Natale in famiglia”


Cara Altravoce, ormai ci siamo. Tra pochi giorni sarò catapultata nell’evento più temuto dell’anno: il pranzo di Natale in famiglia. E siccome la miseria ama la compagnia, immagino di non essere sola in questo calvario festivo. Sono un studentessa universitaria, diversamente giovane e sto per rientrare a costi esorbitanti nella terra natia. Il Natale in famiglia è meraviglioso, caldo, accogliente. Nei primi dieci minuti. Dopodiché si trasforma in una sorta di Hunger Games calorico ed emotivo da cui nessuno esce indenne (o magro). Amo la mia famiglia. Davvero. Ma c’è qualcosa nel mix esplosivo di pandoro contro panettone, politica a tavola e zia Nunzia che chiede “E il fidanzato?” per la diciassettesima volta che trasforma anche il più sereno degli individui in un sopravvissuto di un reality show particolarmente sadico.

Mi serve una strategia. Un piano di sopravvivenza. Primo dilemma: come gestire le domande esistenziali tra antipasto e primo? Mia madre ha già affilato le unghie con il classico “Ma quando ti sistemi?”, seguita da “Quando ti laurei?”, mentre mio padre è pronto con “Hai visto quanto costa la benzina?” seguito da un monologo di quaranta minuti sui suoi tempi. E mio cugino, che arriverà con le sue teorie complottiste sul 5G mentre tutti cercano disperatamente di cambiare argomento fingendo improvvisi attacchi di tosse. Il cibo poi. Mia nonna si offende mortalmente se non fai il bis, il tris e il quater di tutto. “Ma non ti piace?” ripete mentre ti riempi il piatto per la quinta volta, sentendoti i bottoni dei pantaloni che implorano pietà.

La tombola che degenera in liti su chi ha chiamato per primo il numero. Quindi, cara redazione, vi chiedo: esiste un manuale di sopravvivenza? Delle linee guida? Un corso accelerato di gestione dello stress natalizio? Dovrei presentarmi con un piano di fuga pronto? Fingere un’improvvisa intolleranza al glutine? Convertirmi a una religione che festeggia in altre date. Oppure dovrei semplicemente abbracciare il caos, riempirmi il bicchiere di spritz, sorridere beatamente e ricordare che, in fondo, sono queste assurdità che tra vent’anni ricorderò con nostalgia? Che un giorno, forse, sarò io quella zia che chiede “E ma il fidanzato?” al povero nipote che cercherà di nascondersi dietro il panettone?

Una lettrice sull’orlo di una crisi natalizia


LA NOSTRA RISPOSTA

Le famiglie a Natale. Che meraviglia. Quei due o tre giorni di incontri coatti quando, a furia di sforzarti a pensare che devi essere più buono, ti esaurisci e litighi anche con chi mai avresti pensato di farlo. Del pranzo del 25, cui arrivi con ancora sullo stomaco la cena di “magro”del 24 e in attesa di quello del 26, che almeno fino al 31 sera sei tranquillo. Almeno speri. Del sorriso entusiasta davanti al pigiama in pile della mamma e le calze della nonna. Dei sospiri e dei “no, ancora niente, non si è sposata”.

E sai che parlano di te. Del pensiero che ti va a Parenti Serpenti di Mario Monicelli, con quel botto finale. (Tranquilli nonni di tutto il mondo, che qui il vero è verosimile, ma in questo caso falso. Non ve la regaliamo la stufa a gas per Natale). Di quei certi momenti in cui pensi che la tua famiglia sia un insieme, diciamolo pure, piuttosto articolato di personaggi, di cui tu, non sei manco il peggiore. Ecco in questi certi momenti dovreste leggere La famiglia Winshaw di Jonahtan Coe (Feltrinelli) e poi vi sentirete meglio.

Anche perché se vi sentirete peggio allora vuol dire che davvero nella vostra famiglia più di qualcosa non gira per il verso giusto. Perchè loro, i Winshaw sono delle vere merde, ma non basta, perché loro comandano un’intera nazione: il Regno Unito. Sono tutti posizionati in ruoli apicali e rappresentano il lato più retrivo del potere. In tutti i campi: economico, finanzario, editoriale, giornalistico e politico. Il soggetto narrante è Mark, scrittore, o aspirante tale, che per sopravvivere è disposto a scrivere di tutto e viene contattato da Tabitha, la matriarca della famiglia, per raccontare la storia dei Winshaw, ma soprattutto per indagare e scoprire se suo fratello Godfrey sia morto in guerra, oppure sia stato ucciso da uno dei fratelli.

Tabitha, tra l’altro distrutta dal dolore alla notizia della morte del fratello fu, con il consenso dell’intera famiglia, rinchiusa in manicomio. Sono così, loro, e il libro racconta di come erano gli inglesi sotto la Thatcher, e non solo gli inglesi. Abbiamo un chimico, brillante, che comincia a vendere armi chimiche a Saddam Hussein, una grande manager dell’editoria che riempie di gossip i tabloid e un medico che trasforma gli ospedali in “unità di distribuzione” di cure da vendere ai cittadini in cambio di forti somme di denaro.

Sembra un po’ l’Italia di oggi? Forse. Ah, mi ricorda anche Uomini che odiano le donne, di Stieg Larsson, anche lì si parla di famiglia, parlandone da vivi. Il libro viaggia fra ironia e satira, raccontando un mondo che forse non c’è più. Un libro dove c’è un’intera famiglia di pecore nere. Dove il più pulito ha la scabbia, parafrasando un detto di casa mia. Ah arriverà il giorno delle sedie vuote, delle assenze che pesano. E sì, sarà tutto diverso. “Di come è triste Natale, senza mio padre”



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