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La rubrica del Quotidiano… l’Altra Posta: le vostre domande, le nostre risposte… il tema di oggi: James Van Der Beek è morto e io piango per la me adolescente


LE VOSTRE DOMANDE ALL’ALTRA POSTA: James Van Der Beek è morto e io piango per la me adolescente

Dawson Leery è stato il mio primo amore impossibile. Aveva quella faccia pulita, quegli occhi malinconici, quella voce che pronunciava monologhi troppo articolati per un adolescente, ma che a me, ragazzina di una misconosciuta provincia calabrese con la testa piena di sogni, sembravano la cosa più profonda del mondo. Guardavo Dawson’s Creek nel salotto di casa, di nascosto dai compiti, e mi sembrava che quella piccola cittadina sul fiume contenesse tutte le risposte ai miei interrogativi. Chi sarò? Chi amerò? Come si fa a crescere senza perdere se stessi? James Van Der Beek, o meglio Dawson, era lì a porsi le stesse domande.

Cara Altravoce, la mia non è proprio una lettera, ma più un liberatorio sfogo. Quando ho letto la notizia, mi sono fermata. Ho dovuto sedermi. James Van Der Beek è morto, e io, una donna di quarant’anni, con un lavoro serio, delle responsabilità, una vita adulta che dovrei essere in grado di gestire, ho pianto. Ora che è morto, troppo presto, troppo giovane, con una violenza che sembra ingiusta anche per chi sa che la morte non guarda in faccia nessuno, mi ritrovo a fare i conti con qualcosa di più grande del lutto per un attore. È la fine di un’epoca, quella in cui potevo ancora credere che il mondo fosse fatto di dialoghi intelligenti, amicizie sincere, amori complicati ma mai cattivi. Era il mondo prima dell’11 settembre, prima dei social network, prima che tutto diventasse così veloce e così rumoroso.

Mi chiedo se sia normale questo dolore. Se sia lecito sentire una perdita così personale per qualcuno che non faceva parte della mia vita reale. Ho capito di piangere per la quattordicenne che guardava Dawson e Joey baciarsi sotto la pioggia. Piango per la ventenne che ancora sperava in un amore così cinematografico. Piango per tutte le età che ho attraversato con James Van Der Beek sullo sfondo, inconsapevole testimone della mia crescita. Quindi sì, piangerò per James Van Der Beek. Piangerò per Dawson, per Capeside, per quella creek dove tutto sembrava possibile. E non mi vergognerò di questo lutto strano, intimo, condiviso con migliaia di sconosciuti che stanno facendo la stessa cosa.

La vostra lettrice in lacrime


LA NOSTRA RISPOSTA

La scrittrice Joan Didion scrisse una volta che ci raccontiamo storie per vivere. Ma ci raccontiamo anche storie per ricordare chi eravamo quando abbiamo sentito quelle storie per la prima volta. Dawson’s Creek non è mai stato solo una serie su quattro adolescenti in una piccola città del New England. Era un contenitore per il nostro stesso passaggio all’età adulta, una cornice per esperienze che altrimenti sarebbero potute rimanere informi e opprimenti.
Tu non hai perso James Van Der Beek. Lui lo hanno perso la moglie, le figlie, gli amici. Tu hai perso Dawson Leery, che è un personaggio immaginario.

Hai perso i tuoi quindici anni, il divano di casa tua, la sensazione di avere tutto il tempo del mondo davanti. Hai perso quella versione di te stessa che credeva ancora che i ragazzi dicessero davvero frasi come «la nostra amicizia è la cosa più importante che possiedo». Il dolore è promiscuo e indiscriminato. Non fa prigionieri, non chiede riscatto. Piangiamo ciò che abbiamo perso, certamente, ma anche ciò che non abbiamo mai avuto, ciò che pensavamo di avere, e ciò che non possiamo più immaginare di avere. Stai piangendo per la morte di un uomo reale, certamente, morto troppo presto e in modo troppo ingiusto.

Ma stai anche piangendo la ragazza che credeva che la vita potesse assomigliare a una sceneggiatura di Kevin Williamson, che i problemi potessero essere risolti in quarantadue minuti, che l’amore si annunciasse con monologhi articolati piuttosto che silenzi imbarazzati.
È normale? Non lo so, cosa vuol dire normale? Il cuore umano è una bestia strana che si attacca a tutto, alle persone, ai personaggi, alle canzoni, ai profumi, ai luoghi che non esistono più. Piangi pure per Dawson. Io qualche giorno fa ho pianto per l’uscita da Masterchef di Matteo Lee. Tu non conoscevi James Van Der Beek. Ma conoscevi Dawson Leery con il tipo di attenzione che raramente dedichiamo alle persone reali nelle nostre vite.

Hai studiato i suoi manierismi, anticipato le sue reazioni, perdonato i suoi difetti. Era lì durante la tua formazione, una presenza costante mentre navigavi il territorio sconcertante tra l’infanzia e qualunque cosa venga dopo. Ovviamente non è un vero lutto, è nostalgia. Nostalgia per quando le cose erano più semplici, quando bastava aspettare una settimana per vedere se Joey avrebbe scelto Dawson o Pacey e qui mi tocca confessare che sono sempre stata #teamPacey (trovavo Dawson insopportabile).

Quindi sì, è normale. È normale, è umano, è ridicolo e bellissimo. Tutto nello stesso tempo. Piangi pure. Poi asciugati le lacrime, rimetti su Dawson’s Creek, salta tutti gli episodi di Dawson e guardati quelli di Pacey e Joey. E ricordati che crescere non significa smettere di affezionarsi alle storie, ma capire la differenza tra le storie e la vita.
E la vita, tesoro mio, è quella che stiamo vivendo fuori da uno schermo.



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